Mese: ottobre 2011

Grandi ammucchiate.

Presso alcuni organi di stampa, prevalentemente “progressisti”, emerge con evidenza l’ipotesi di un governo tecnico, di unità nazionale, di salute pubblica o del Presidente. Si tratta di definizioni, spesso originarie della prima repubblica, con le quali ci si riferisce al medesimo scenario: un governo sostenuto da maggioranze parlamentari diverse da quelle emerse con le elezioni. L’obiettivo (o l’illusione) sarebbe quella di affrontare problemi che un solo schieramento non riuscirebbe mai ad affrontare.

C’è da osservare come questi artifizi, bizantinismi come oportunamente li definisce un giornalista tedesco della Frankfurter Allgemeine Zeitung, siano di moda soltanto in Italia. Il tanto citato esempio spagnolo si rifà infatti ad una situazione diversa con il premier Zapatero che, rilevando l’impossibilità del proprio governo di far fronte alla grave crisi economica, stabilisce la data delle elezioni politiche a novembre. Quando in Germania c’è stata la grosse koalition, ciò è successo immediatamente dopo le elezioni non appena si è verificato un sostanziale pareggio tra socialdemocratici e Cdu. Quindi non dopo, non a fine legislatura, non per sostituire con un papocchio parlamentare una maggioranza scelta dagli elettori. Tra l’altro in Germania hanno dei precedenti storici che impongono determinati comportamenti (vedi le continue elezioni politiche del periodo Weimar). Non si può nemmeno addurre la scusa che si tratti di sistemi diversi dal nostro, visto che Spagna e Germania adottano un sistema parlamentare.

Credo che il governo tecnico indebolirebbe le ambizioni elettorali dell’attuale opposizione: se si dovessero prendere provvedimenti pasticciati o gravosi, tutto ritornerebbe in gioco, compreso -incredibilmente- il centrodestra.
Di conseguenza questa passione per le ammucchiate non giova proprio a nessuno: si tratta semplicemente di un gioco a nascondino nel quale la nostra inetta classe dirigente si diletta per far fronte alla propria mancanza di idee e coraggio. Fare le “riforme” tutti assieme, perchè tanto presi uno per uno nessuno ha il coraggio di farle. Agire in modo che nessuno rimanga col cerino in mano: anzi, tenerlo tutti assieme affinchè il cittadino non capisca più a chi attribuire le responsabilità di un eventuale disastro.

Pensandoci bene si tratta dell’ennesima truffa di una classe politica totalmente impreparata e in buona parte disonesta.

Milano trema la polizia vuole giustizia.

<< La sceneggiatura di questo poliziesco italiano è movimentata dalla spettacolare evocazione di fatti salienti della cronaca nera. […] E’ un film in molti punti inattendibile, anche se l’effettistico aggancio a dati di cronaca conferisce dinamismo a vari episodi. L’interesse viene meno nell’ultima parte, per l’incredibilità della prospettiva “fantapolitica”. Gli interpreti recitano con buon mestiere.>>

A.V. (Achille Valdata) – La Stampa – 26/08/1973

Uno dei primi veri poliziotteschi, datato 1973. Regia di Sergio Martino, con Luc Merenda e Richard Conte.

Il vicecommissario Giorgio Caneparo (Merenda) è discusso per i metodi violenti. La sua figura si contrappone a quella del commissario Del Buono (Chris Avram) che – solo affidandosi al suo senso delle indagini – riesce a mettere le mani su un grosso giro: servizi segreti ed eversione. Decisamente roba che scotta. I due, nonostante il differente modo di intendere il proprio lavoro, sono amici. E’ l’uccisione di Del Buono a scatenare l’ira di Caneparo il quale, a quel punto, diventa un vero cane sciolto all’interno della polizia. Caneparo si infiltra negli ambienti criminali milanesi, a loro volta copertura di un’organizzazione eversiva neofascista. Il referente dei golpisti è un boss locale, interpretato da Richard Conte, in teoria rispettabile editore nella vita di tutti i giorni. Facendosi accettare come pilota Caneparo partecipa ad alcune sanguinose rapine a mano armata, dove si seminano morti semplicemente per “creare paura” come affermato dagli stessi banditi al termine delle azioni. Caneparo, nonostante il suo ardore, arriva ad un livello molto esterno, periferico, dell’organizzazione di fatto comprendendo che usare gli stessi metodi dei violenti non porta a nient’altro che ad una giustizia illusoria.

Il film in questione ribadisce la tendenza di Sergio Martino ad affrontare, secondo i suoi mezzi e possibilità, il delicato terreno della eversione e della strategia della tensione (sotto questo profilo si ripeterà con La polizia accusa: il servizio segreto uccide). Curioso notare come registi solitamente snobbati dalla critica siano stati coraggiosi (ben più dei loro quotati colleghi) nel cimentarsi in tematiche così scottanti. Un certo rispettabile cinema italiano si è sempre caratterizzato per il conformismo ed il contributo dei cosiddetti b-movies nel cercare di rompere il muro di ipocrisia imperante è stato davvero notevole. E’ divertente leggere le recensioni del periodo (che parlavano di fantapolitica) salvo poi ricordarsi quanto verrà fuori alcuni anni dopo con l’affaire P2. Sotto questo aspetto Martino ha sicuramente vinto e sia Milano trema che La polizia accusa: il servizio segreto uccide appaiono ben capaci di rappresentare un’epoca.

I primi 10 minuti del film sono assolutamente caratterizzanti un genere (due banditi in fuga che seminano morti, salvo poi essere “giustiziati” da Caneparo).
Milano trema è famoso per i numerosi bloopers (errori cinematografici) e per alcune scene (quelle della Bmw bianca) che verranno riciclate in altri film poliziotteschi (prassi spesso negata dai registi in questione). Il montaggio è tutt’altro che perfetto: alcune scene sono ripetute a distanza di qualche minuto cambiando semplicemente l’inquadratura… Ma l’appassionato non guarda tutto ciò con occhio critico: il gusto è semplicemente quello di cimentarsi con una pellicola della vecchia scuola.

Merenda è adatto per il ruolo: marmoreo, ancora molto rigido se confrontato con i film successivi. Richard Conte è sempre un attore di gran classe: italo-americano lo ritroviamo nel ruolo del boss Barrese ne Il Padrino  di Francis Ford Coppola. Le musiche dei fratelli De Angelis sono perle di puro groove poliziottesco.

Film straconsigliato per gli amanti del genere.

Europeisti a chiacchiere.

Da italiano non è stato certamente piacevole vedere il duo Sarkozy-Merkel sghignazzare circa lo stato attuale dell’Italia e del suo premier. Non ho però provato vergogna al contrario di chi non ha una grande considerazione del proprio Paese a prescindere. Mi è piaciuto Pierferdinando Casini, l’unico leader politico che abbia detto parole chiare contro il siparietto franco-tedesco. Sul resto delle opposizioni sarebbe il caso di stendere un velo pietoso, a partire dagli ex fascisti. Quando si parla di una opposizione anti-italiana l’osservazione comincia a riguardare anche loro.

Il premier Berlusconi ha certamente fatto di tutto per rovinare irrimediabilmente la propria immagine pubblica. Non si è fatto mancare nulla. Ed è chiaro come tutto questo si inserisca nella più totale inerzia del suo governo. Le opposizioni, se si esclude forse proprio Casini, sono davvero poca cosa. In quasi 4 anni di governo Berlusconi non c’è stata -da parte del centrosinistra- la capacità di elaborare una piattaforma politico-programmatica degna di questo nome. L’invocazione, ripetuta come un “mantra”, è sempre stata quella di chiedere le dimissioni del premier. Cosa legittima ma alla lunga stucchevole. Si è poi scatenata la ricerca del “papa straniero”, ovviamente tra quegli stessi poteri economici-massonici-bancari in massima parte responsabili della crisi.

Tra l’altro la posizione del PD in relazione alla lettera mandata dalla BCE all’Italia è apparsa piuttosto ambigua. Alcuni come Enrico Letta hanno detto di condividerla, altri più legati al treno CGIL si sono dimostrati piuttosto scettici (eufemismo) circa la possibilità che un governo a guida democratica possa in futuro colpire gli stipendi dei dipendenti pubblici o attaccare le pensioni.

Una simile situazione si sta riproducendo in queste ore all’indomani del “diktat” dato all’Italia da parte di Francia e Germania relativamente al varo di riforme urgenti nella previdenza. La sinistra, a parte le prevedibili richieste di dimissioni del premier, non chiarisce la propria posizione sul merito dei provvedimenti richiesti. Anzi il sospetto è che ampia parte dell’opposizione sia contraria ad un innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni. Si verificherebbe quindi una singolare divaricazione tra un acritico europeismo di facciata e la necessità di fare politiche richieste dall’Europa (cioè dal duo franco-tedesco). Sarebbe poi davvero interessante discutere se queste riforme servano davvero a salvare l’euro, una moneta nata in uno strano modo e forse destinata al naufragio più ignominioso.

Correva l’anno – Muammar Gheddafi.

Muʿammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī (Muammar Gheddafi) nacque nel 1942 a Sirte, che allora era territorio italiano. A sei anni perse due cugini e rimase ferito ad un braccio nell’esplosione di una mina, forse italiana.
Dal 1956 al 1961 frequentò la scuola coranica di Sirte, in cui apprese le idee panarabe di Gamal Abd el-Nasser. Nel 1968 si iscrisse all’Accademia Militare di Bengasi ed a 27 anni, dopo una breve permanenza in Gran Bretagna, divenne capitano dell’esercito.

Gheddafi ed altri gerarchi militari consideravano re Idris I troppo servile verso USA e Francia, così nel 1969 Gheddafi guidò un colpo di stato che portò alla proclamazione della Repubblica guidata da un Consiglio del Comando della Rivoluzione. Gheddafi, nel frattempo diventato colonnello, si mise a capo del Consiglio instaurando una dittatura ferrea.

L’essenza del suo pensiero politico è espresso nel Libro Verde: la sua concezione iniziale è quella di creare uno stato Socialista e Arabo allo stesso tempo, sotto la guida della Jamāhīriyya (regime delle masse).
Numerose le accuse da parte Occidentale a Gheddafi per il suo sostegno dati ai movimenti terroristici in tutto il mondo. Gheddafi ha sempre smentito tali tesi, diversificando e spiegando che il suo sostegno ad organismi come l’ETA, l’IRA o l’OLP sono da vedere in ottica di movimenti che rivendicano la propria indipendenza ed autodeterminazione.

Il documentario si ferma prima della cronaca di questi ultimi mesi, cioè da quando nel febbraio 2011 è scoppiata dalla Cirenaica una guerra civile nel paese, tra le forze di Gheddafi e i ribelli del Consiglio Nazionale Libico sostenuti ed appoggiati militarmente dalla Nato. I “Combattenti per la Demcorazia” (così come vengono definiti i ribelli dai media), non sono però un gruppo disorganizzato e alcune agenzie d’informazione (prima fra tutti Peacereporter) denunciano il quadro politico poco chiaro in cui è stata scatenata la guerra contro la Libia da Francia, Inghilterra e Stati Uniti.

Ciò che bisogna ora chiedersi è cosa accadrà nella Libia del dopo Gheddafi.

La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori.

Film del 1975 di Fernando Di Leo, con Luc Merenda e James Mason.
La città sconvolta si pone nell’ambito della filmografia dileana in maniera equidistante tra i veri capolavori (Milano calibro 9 in primis) e le pellicole più insulse e mortificanti. Non parliamo dunque di un film imprescindibile ma nemmeno di una truffa. Di Leo lavora su una sceneggiatura non sua apportando qua e là modifiche che permettono di far rivivere allo spettatore – per alcuni momenti – quello stato di tensione, di assoluta concentrazione sugli eventi narrati, tipica dei suoi film più riusciti.

Luc Merenda è Mario Colella, un meccanico -ex pilota di moto- che sbarca onestamente il lunario: rimasto vedovo per la prematura scomparsa della moglie, vive col suo unico figlio in un rapporto di complicità e spensieratezza. L’idillio si rompe nel momento in cui Colella junior viene rapito, assieme ad un compagno di scuola, da una banda di spietati delinquenti.
La domanda che ci si pone a questo punto è: perchè sequestare il figlio di un meccanico? I rapitori, in effetti, avevano come unico obiettivo il compagno del figlio di Merenda-Colella, unico erede di un ricco costruttore. Ma forse per evitare di ritrovarsi un testimone, forse perchè il giovane Colella si dimostra troppo determinato nel difendere l’amico decidono di prendere entrambi.
A questo punto entra in scena l’onnipresente commissario, interpretato dal bravo Vittorio Caprioli. Quest’ultimo convoca entrambi i genitori: sia il ricco ingegner Filippini (James Mason) che il meccanico Merenda, il quale non riesce a capacitarsi sul perchè gli abbiano sequestrato il figlio. Costui si dimostra, infatti, propenso a vendere tutto se questo può servire a racimolare una cifra sufficiente a placare i rapitori. Filippini-Mason, dal canto suo, pur dimostrandosi traumatizzato appare capace di trattare la spinosa questione come uno dei suoi tanti “affari” (cioè una abile contrattazione tra domanda e offerta). Promette, comunque, che darà tutto il suo appoggio economico a Colella per liberare entrambi i ragazzini senza alcuna distinzione. La storia si sviluppa in modo tale da rendere conto delle inevitabili trattative e della vita dei due “pargoli” all’interno della stanza-prigione (il figlio del meccanico si rivela il più sveglio tra i due).
Il ricco Filippini commette pero’ l’errore di tirare troppo per le lunghe e i rapitori pensano di dare un segnale procedendo all’esecuzione del meno “prezioso” dei due rapiti, ovvero il figlio di Colella. Il povero meccanico verrà chiamato in obitorio per il riconoscimento del cadavere ed accuserà, tra le lacrime, il ricco compagno di sventura di aver contrattato troppo giocando sulla pelle del figlio. Ovviamente Filippini riuscirà a riscattare, pagando, il proprio erede uscendo di fatto dal film.
Da questo momento in poi, il mite meccanico, si trasformerà in un angelo della morte facendosi carico di tutti i ruoli possibili: poliziotto, giudice e carnefice.

Film dallo stile “revenge”, con qualche ambizione sociologica, La città sconvolta si fa seguire tutto sommato bene. La pellicola non può possedere la forza narrativa né di Milano calibro 9 né di altri lavori come La mala ordina o Il boss. Appare in effetti più una “obbligazione contrattuale” che un frutto della genuina ispirazione del regista.
Nella metà degli anni 70 era molto sentito il problema dei sequestri di persona a scopo di estorsione ed il film si pone evidentemente in questo scenario. Interessante il contrasto tra il ricco costruttore e l’umile meccanico (zampino dileano). Meno convincente una certa inverosimiglianza con la quale Merenda sfugge ai vari agguati tesi dalla banda di sequestratori. Anche l’ipotesi che una organizzazione dedita ai sequestri, una volta scoperta, permetta al padre di uno dei sequestrati di entrare nel giro e di conoscere i capi appare francamente incredibile.
Luc Merenda è però sufficientemente cattivo, determinato, ed il giustiziere vestito di nero che mi muove in moto è abbastanza suggestiva.
La musica è sempre curata da Luis Bacalov ed è presente anche una rielaborazione del celebre motivo di Milano calibro 9.

La polizia è sconfitta

Film di Domenico Paolella del 1977, con Marcel Bozzuffi e Vittorio Mezzogiorno.

In una bellissima Bologna, città ricca e impegnata politicamente, il bandito Valli-Mezzogiorno è il capo del racket locale delle estorsioni. Lo spettatore intuisce ben presto che c’è dell’altro considerando i mezzi utilizzati per “convincere” i riottosi commercianti: l’esplosivo al plastico.
Due uomini del Valli, travestiti da tecnici della compagnia telefonica di Stato, entrano nei locali dei taglieggiati domandando di poter controllare il telefono a gettoni: così facendo possono aprire l’apparecchio e sistemare l’esplosivo. Valli, posizionato in una cabina al di fuori del locale, chiama il telefono “esplosivo” e il gioco è fatto: salta tutto per aria, compresi gli ignari clienti. E’ chiaro che si tratta di terrorismo e non più di puro e semplice racket.

Dall’altra parte della barricata troviamo il commissario Grifi, alias Marcel Bozzuffi; un attore proviente dal noir francese che ebbe modo di recitare nel celeberrimo Il braccio violento della legge, con Gene Hackman. Bozzuffi è capace di vestire con egual disinvoltura i panni del criminale (per esempio in Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci) come quelli del poliziotto essendo indubbiamente facilitato dal fatto che in questi film la figura dello sbirro è spietata almeno quanto quella dei criminali che combatte.vlcsnap-2010-04-04-18h54m23s249.png

Il commissario Grifi-Bozzuffi chiede e ottiene (con sommo ghigno di soddisfazione) carta bianca per poter costituire una squadra speciale dedita alla caccia del Valli, di fatto ingaggiando una lotta senza quartiere che farà scorrere molto sangue da entrambe le parti. I metodi usati dalla polizia sono al limite della legalità e il commissario incita i suoi uomini a dare il massimo senza preoccuparsi troppo del codice.
Alla fine saranno numerosi i morti tra la polizia e l’epilogo del film sarà talmente amaro da giustificare un titolo tanto pessimista come La polizia è sconfitta.

Il film si caratterizza per gli spettacolari inseguimenti in auto e motocicletta, del tutto realistici. La musica di Cipriani è capace di accompagnare le varie fasi della pellicola con classe ed efficacia. Da segnalare alcuni inserimenti splatter. Peccato Paolella non abbia proseguito col genere.

Il Grande Racket


« Marescia’, io nun so’ ‘n boia e se moro, moro. Ma si nun moro, me devi promette che c’annamo insieme a sventrarli, quelli… »

(Piero Mazzarelli rivolgendosi a Palmieri)

Film del 1976, diretto da Enzo G. Castellari, con Fabio Testi, Renzo Palmer, Glauco Onorato, Marcella Michelangeli, Vincent Gardenia, Orso Maria Guerrini, Sal Borghese.

Roma. L’ispettore Nicola Palmieri (Fabio Testi) indaga su un giro di estorsori attivi nella capitale. Inizialmente non interviene, ritenendo di poter arrivare ai capi dell’organizzazione, secondo una ben nota logica adottata nelle indagini sulla criminalità organizzata. La banda è composta da brutti ceffi: c’è anche una donna, particolarmente a suo agio nelle azioni a danno di esercenti che con ogni intimidazione possibile vengono indotti a cedere al racket. Palmieri riesce a ottenere, tramite metodi non ortodossi, la collaborazione di alcuni taglieggiati tra cui Luigi Giulti (Renzo Palmer) titolare di una trattoria.

Giulti – unico tra i testimoni – decide di mettere la propria firma sulla denuncia a carico della banda di estorsori, nonostante le pressioni di Palmieri verso il magistrato che si rifiutava di prendere in considerazione denunce anonime. Giulti accetta di farsi carico di questa tremenda responsabilità nonostante la minaccia di vedersi violentata l’unica figlia. La vendetta arriva puntuale: la banda di estorsori rapisce la ragazzina, portandola in una fabbrica dismessa presso la periferia della città, per poi violentarla: traumatizzata da questa terribile esperienza, la figlia di Giulti finirà per togliersi la vita poco tempo dopo.

Dopo la fine della figlia Giulti impazzisce e inizia a farsi giustizia da solo: i primi a cadere sotto i colpi del suo revolver sono proprio due sgherri che commettono l’errore di andare a chiedergli il pizzo dopo avergli di fatto ammazzato la figlia. Giulti li fa secchi entrambi. Ovviamente finisce dentro. In carcere avrà la possibilità, come raccontato a Palmieri, di uccidere altri criminali. Il solo scopo di Giulti, dalla morte della figlia, è infatti quello di fare fuori più criminali possibili.

Palmieri è a corto di informazioni ed è pressato dai suoi superiori che ne contestano i metodi. Si rivolge quindi a un malvivente di mezza tacca – interpretato da Vincent Gardenia – che a patto dell’impunità accetta di infiltrarsi nel racket delle estorsioni. Palmieri viene a sapere chi sono i capi: c’è tutto il fior fiore della criminalità italiana più la direzione dei marsigliesi. E’ un giro grosso che minaccia di prendersi Roma con le estorsioni e il traffico della droga. Ne fa le spese anche un biscazziere come Piero Mazzarelli (Glauco Onorato) che viene indotto con le maniere forti a cedere il suo giro ai nuovi arrivati.

Palmieri organizza un’azione nella quale spera di prendere in trappola il racket e i suoi capi, ma questi riescono a captare le frequenze della polizia e a organizzare le dovute contromosse che provocheranno gravissime perdite per le forze dell’ordine. In tale occasione muore anche il fido sergente Salvatore Velasci (Sal Borghese) amico e collega di Palmieri.

A questo punto i superiori di Palmieri decidono di estromettere lo scomodo poliziotto dalle indagini, di fatto emarginandolo. Palmieri si sente definitivamente fuori gioco, non si considera più nella polizia, e decide di organizzare una vendetta contro il racket. Recluta tutti quelli che possano avere motivi di rivalsa contro l’organizzazione che minaccia di prendersi Roma. Riesce a far evadere una serie di elementi, tra i quali il già citato Giulti (Renzo Palmer), il “solista” del mitra Doringo (Romano Puppo), un tiratore scelto Gianni Rossetti (Orso Maria Guerrini), il già citato Vincent Gardenia.

La resa dei conti arriverà puntuale e violentissima, con una sorta di finale western. Di fatto una amarissima vittoria per l'(ex) ispettore.


«E’ un film fascista. E’ un film abietto. E’ un film idiota. E’ fascista perché, abbinando lo stereotipo del giustiziere solitario con quello del poliziotto reso impotente nell’esercizio del suo dovere dalle norme dello Stato di diritto […], sostiene l’ideologia reazionaria secondo la quale la criminalità non si combatte applicando le leggi, ma contrapponendo violenza a violenza secondo la regola del taglione: dente per dente, uccisione per uccisione»

(Morando Morandini al tempo dell’uscita del film)

Questo è un solo esempio delle prevedibili critiche che Il Grande Racket ricevette nel 1976. In realtà si tratta solo di un film di azione, particolarmente violento e spettacolare. Non c’è alcun bisogno di scomodare il fascismo, ma chiaramente negli anni 70 era facile ricondurre tutto sotto la lente della ideologia. Di fatto non c’è nulla di nuovo, ma tutta la vicenda è bene sviluppata e i personaggi sono correttamente caratterizzati. Certo, si possono notare piccole ingenuità (in alcune occasioni la vernice sparata sulla testa dei “bersagli”) o alcune note grottesche (le “rapine” autorizzate dalla polizia per non smascherare gli infiltrati), ma il clima è tesissimo, dall’inizio alla fine, e culmina in esplosioni di violenza estrema.
Spettacolare la musica dei fratelli De Angelis, capace di accompagnare adeguatamente le scene più cruente di un film che è di diritto nella top five dei poliziotteschi.

Delitto sull’autostrada.

Favola nazionalpopolare firmata Bruno Corbucci con Tomas Milian, Bombolo e Viola Valentino. C’è un nuovo caso per il maresciallo Giraldi: una organizzazione assalta -armi in pugno- i Tir di medicinali in giro per l’Italia, non esitando ad uccidere i conducenti che facciano resistenza. 

 Il film inizia proprio con la musica di Franco Micalizzi, le immagini di autostrade colme di autotreni e le parole di uno speaker radiofonico che dà conto dell’ultima rapina a danno di un camionista.

Il commissario Trentini si reca da Giraldi, impegnato in una festicciola casalinga piena di bambini. I due si chiudono nel bagno, unico luogo “tranquillo” dell’abitazione, ed iniziano a discutere del caso. Tra una battuta e l’altra appare subito evidente la difficoltà di infiltrare una banda bene organizzata ma Trentini tranquillizza Giraldi dicendo “hai fatto di meglio“.
Quest’ultimo, forte dei suoi modi pecorecci, dovrà farsi accettare nell’ambiente dei camionisti fino ad arrivare alle mele marce che compongono il racket criminale. Giraldi cambierà nome e non dovrà avere alcun contatto con la famiglia, per non destare sospetti.

L’opera di infiltrazione ha buon esito dato che dopo qualche tempo Giraldi riesce ad agganciare i “referenti” su strada dell’organizzazione. Il giro è semplice: si tratta di rapinare i Tir carichi di medicinali i quali, a loro volta, verranno ceduti ad una seconda organizzazione che paga il servizio in droga.

La fortuna di Giraldi è di essere simpatico e di non avere certo difficoltà ad entrare in contatto con un gruppo di camionisti tra i quali si cela proprio uno dei capi del racket. Ovviamente in queste scorribande – spesso organizzate con la collaborazione dei “rapinati” – ci scappa il morto (dal quale si giustifica il titolo di  Delitto sull’autostrada).

La cosa interessante è che il referente della banda presso i camionisti appare nel film un vero amicone che quasi mette Giraldi in difficoltà nel doverlo smascherare. Ma il senso del dovere del celebre maresciallo avrà la meglio. Saranno invece molti di più i problemi a resistere al fascino della bella Viola Valentino che in questo film canta uno dei suoi massimi successi “Sola”. Bisogna ammettere che la Valentino era in quel periodo una vera e propria icona sexy ed anche un buon talento musicale. Giraldi penerà molto prima di decidere – a caso risolto – di tornare dalla moglie e il figlio (Paco Fabrini).

Il film, insomma, è uno dei più classici esempi di “poliziottesco comico” in voga tra la fine degli anni 70 e la prima metà degli 80. Questo filone deve intendersi come l’ennesima rielaborazione del “poliziottesco” vero e proprio entrato in crisi nell’ultimo scorcio dei seventies. Con meno sparatorie, meno violenza, più comicità attori come Milian poterono “riciclarsi” in un genere pecoreccio, secondo una strada che era già stata percorsa nel western. Una china questa soddisfacente sotto il profilo commerciale ma mortale per i due generi sopracitati. Nel film è presente, ovviamente, anche il celebre Bombolo – attore naturale – che inscenerà col grande Milian dei siparietti fatti di schiaffoni e battute sempre divertenti da vedere.

Delitto sull’autostrada è del 1982 e si sente. Tutto condito da spensieratezza, da una comicità facile che però fa ancora tanti proseliti capace di differenziarsi anni luce dall’attuale tristezza che caratterizza il cinema italiano.