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Gli anni di piombo in Francia. La storia di Action Directe

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La vicenda delle sevizie somministrate dalla polizia ad esponenti della lotta armata è recentemente tornata di attualità grazie al libro di Nicola Rao (Colpo al cuore) e alle testimonianze più o meno reticenti di alcuni “reduci” dell’epoca, come il cosiddetto professor De Tormentis, l’ex brigatista Enrico Triaca e Salvatore Genova, “liberatore” del generale americano James Lee Dozier sequestrato ad inizio anni 80 dalla colonna veneta delle Br-Pcc. Fatti riportati alla ribalta, con una certa timidezza, dalla tv di Stato ed approfonditi da giornalisti indipendenti e blogger, nella speranza, finora frustrata, che si proceda all’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico.

Quando si parla dei metodi “spicci” utilizzati dagli Stati per liquidare il terrorismo interno non si fa mai riferimento all’ atteggiamento tenuto dalla Francia per i “rivoluzionari” di casa propria. La Francia, insomma, è sempre stata intesa come “Patrie de l’Homme”, in contrapposizione all’Italia del codice Rocco e delle leggi speciali. Un tipo di interpretazione della realtà che ha fatto scuola all’estero; si pensi al Brasile che, seguendo l’esempio francese, si è rifiutato di estradare Cesare Battisti.

Questa considerazione della Francia come “Patrie des droits de l’Homme”, appunto, non è forse condivisa da chi, francese, ha provato a praticare in casa propria la lotta armata. Basti l’esempio di Action Directe, organizzazione fondata da Jean Marc Rouillan a fine anni 70. Action Directe (che da ora in poi indicheremo con l’acronimo AD) compì, a metà anni 80, numerosi attentati contro l’apparato economico-militare francese; si pensi all’omicidio di Georges Besse, capo della Renault impegnato in un processo di “ristrutturazione” aziendale, e del generale René Audrian (ispettore all’armamento).

AD è il frutto di un processo di convergenza di varie componenti: il MIL (Movimento Iberico di Liberazione, chiaramente anti-franchista ed attivo durante la prima metà degli anni 70), il GARI (Gruppi Internazionali di Azione Rivoluzionaria), i gruppi autonomi nati dopo il ’68 successivi allo scioglimento di Gauche Proletarienne (come i Nuclei Armati per l’Autonomia Proletaria, altrimenti detti NAPAP) e i semplici militanti che avevano rotto con le pratiche “parasindacali” del passato. Nonostante la composita formazione, all’interno di AD, le idee sono chiare fin da subito; colpire ministeri, aziende private o statali dedite alla vendita di armi, caserme dell’esercito francese o dei servizi segreti.

Già all’inizio degli anni 80 AD viene sgominata dalla polizia e tutti i suoi più importanti rappresentanti finiscono in cella, compreso Rouillan. Il trattamento riservato a questi militanti rivoluzionari è estremamente duro: giudizio da parte della Corte di Sicurezza dello Stato, vecchia corte speciale istituita da De Gaulle, e isolamento prolungato. Inizia così, nelle prigioni, una battaglia politica, a colpi di scioperi della fame, volta alla concessione dell’ amnistia per tutti i prigionieri politici e la soppressione dei tribunali speciali. Si lotta anche per l’abolizione dei Quartier de Haute Sécurité (le carceri di massima sicurezza).

Con l’elezione di Mitterrand si avrà la concessione di una amnistia per tutti i detenuti politici, compresi quelli di AD; risultato rilevante, se confrontato con l’iniziale intendimento presidenziale di concedere il provvedimento solo a chi non avesse riportato condanne oltre il novennio. La particolarità di AD è quella di aver compreso, nei primi anni 80, la necessità di un fronte comune delle formazioni rivoluzionarie europee; in un contesto di grandi trasformazioni, come quelle che avvengono a livello continentale alla fine degli anni 70, la dimensione sovrannazionale della lotta armata viene intesa come necessaria. Rouillan e compagni capiscono che è in atto un processo di riorganizzazione del capitale, manifestatosi visivamente nel G7 di Versailles del 1982, che porterà ad un conseguente, progressivo, abbandono delle tranquillizzanti politiche “welfare” del passato. Non a caso, subito dopo il vertice, il governo Mauroy attuerà una serie di tagli alla spesa pubblica che tanto somigliano a quelli oggi favoriti dalle élite tecnocratiche al governo dell’Europa. Ed è proprio a partire dal vertice di Versailles che AD favorisce una convergenza tra organizzazioni che in Europa praticano ancora la lotta armata (ciò che rimane delle RAF e le cellule comunisti combattenti belghe); a partire dal 1983 opereranno, in Francia, gruppi di fuoco “misti”. AD viene di fatto disarticolata con una serie di operazioni  di polizia che portano all’arresto di tutto il nucleo storico.

Ai responsabili vennero comminati, da vere e proprie corti speciali istituite per l’occasione, numerosi ergastoli da scontare in condizioni carcerarie ai limiti della tortura (al punto da indignare persino il “sindacato” delle toghe francesi). Il regime speciale in questione veniva denominato sûreté  e continuò a riguardare i componenti di AD anche quando accusarono gravi patologie: Georges Cipriani è di fatto impazzito mentre Natalie Ménigon, ex di Rouillan e partecipe dell’omicidio di Georges Besse, ha avuto in carcere due ictus ottenendo solo ultimamente la libertà condizionata. Joelle Aubron è morta alcuni anni fa di tumore. Lo stesso Rouillan è affetto da una rara patologia autoimmunitaria, la “sindrome di Chester-Erdheim”, per la quale solo recentemente è stato ricoverato in un centro specializzato di Parigi.

Nessuna particolare attenzione ha destato, presso l’opinione pubblica francese e la “intellighenzia”  locale, la vicenda dei militanti di AD al contrario della vasta mobilitazione a favore dei “perseguitati” italiani Battisti e Petrella. Una “dottrina”, quella di Francois Mitterrand, che nulla ha di giuridico essendo il frutto di alcune dichiarazioni presidenziali del febbraio ’85 nelle quali, tra non poche ambiguità, si sosteneva la volontà da parte francese di combattere il terrorismo e garantire – in linea di principio – l’estradizione per i delitti di sangue.

«Il caso particolare che viene ora sottoposto – diceva Mitterrand – è quello di un certo numero d’italiani giunti in Francia. Sono trecento e più di un centinaio erano già qui prima del 1981. Hanno rotto con il terrorismo. Anche se colpevoli sono stati ricevuti in Francia; si sono inseriti nella società francese, non sono stati estradati, si sono molto spesso sposati, la maggior parte di essi ha chiesto la cittadinanza. Chi non ha avuto partecipazione diretta a delitti di sangue non sarà estradato. Ma qualora una inchiesta seriamente condotta dimostrasse che questi delitti di sangue sono stati commessi o che alcuni di questi italiani continuano a esercitare attività terroristiche opteremo per  l’estradizione o, a seconda dell’ importanza del reato, per l’ espulsione».

La “dottrina Mitterrand”, in conclusione, dovrebbe essere oggetto di dibattito assieme al ruolo svolto dalla Francia durante gli anni di piombo, senza dimenticare le ambiguità delle autorità nostrane dell’epoca, le quali, come evidenziato da uno dei più vicini consiglieri di Mitterrand, l’avvocato Jean Pierre Mignard, “erano perfettamente a conoscenza del protocollo che mettemmo a punto per accogliere i rifugiati politici”. D’altronde lo stesso ex  ambasciatore francese Jilles Martinet confidò a Sergio Romano come Craxi avesse chiesto a Mitterrand di “tenersi” Toni Negri, per evitargli i grattacapi conseguenti ad una eventuale estradizione; “ratio” che, in buona sostanza, viene attribuita anche dallo stesso Mignard ai governi italiani per spiegarne l’atteggiamento di fronte alla “dottrina Mitterrand”.

 

 

Caso MPS: stavolta il “non poteva non sapere” vale per il Pd.

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La storia del Partito Democratico è il risultato di un lungo percorso, di un lento avvicinamento, che ha visto protagonisti la sinistra democristiana, ovvero i cattolici democratici, e i comunisti, poi divenuti “ex” dopo la caduta del Muro di Berlino. Un processo lungo e difficile, frammezzato da momenti anche drammatici, battute d’arresto, e poi ancora conseguenti accelerazioni. Non c’è dubbio, però, che l’attuale Pd sia il risultato di un’onda lunga, di un pensiero lungo; l’idea originaria era proprio quella di Aldo Moro, il democristiano meno compromesso, fervido sostenitore dei governi di centro-sinistra degli anni 60 e poi del cosiddetto compromesso storico del decennio successivo con i comunisti, in seguito definito più modestamente come solidarietà nazionale.

Il Partito Democratico, insomma, è il frutto di un progetto politico piuttosto risalente con il quale si riteneva possibile la convergenza di credenti e non credenti (in qualche caso addirittura anticlericali) in un’unica formazione politica profittando anche della mancanza, a causa dei terribili anni di Tangentopoli, di un forte partito socialista.

Che al Pci (poi divenuto Pds, Ds, ed infine Pd) piacessero gli “affari” è ben dimostrabile dalla grande capacità di mantenere, economicamente parlando, un apparato partitico che ha sempre avuto pochi rivali nel mondo occidentale. Il Pci – così come tutte le sigle successive – non è mai stato un comitato elettorale ma un partito fortemente burocratizzato capace di mantenere solidi agganci col territorio, non solo nelle cosiddette regioni rosse.

Insomma, non parliamo di “tangenti” (o di un rapporto parossistico col denaro) ma soltanto di una spiccata capacità finanziaria, anche “salottiera” e di “relazione”.

Sotto questo aspetto si possono ricordare gli ottimi rapporti tra Agnelli e il Pci. Oppure i non troppo sbandierati legami che il Pci anni 80, compresa la corrente “modernista” del futuro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, soleva intrattenere con un giovane imprenditore di nome Silvio Berlusconi (vicenda descritta mirabilmente nel fondamentale libro di Michele De Lucia, “Il Baratto”). O ancora si pensi al consolidato sistema delle Coop rosse che, al netto dei dubbi “espressi” dagli avversari politici, ha fatto letteralmente impazzire concorrenti come quel patron di Esselunga capace di ingaggiare una lunga battaglia legale lamentando l’abuso di posizione dominante da parte del gigante cooperativo.

Fino ad arrivare a vicende più recenti, ormai divenute di pubblico dominio, grazie, una volta tanto, non ad una inchiesta della magistratura ma ad uno scoop giornalistico.

In realtà che qualcosa non andasse nella gestione dei Monti dei Paschi di Siena se n’erano accorti in tanti, ma a metterci il naso sono stati soprattutto quelli del Fatto Quotidiano ed il bravissimo Marco Lillo.

Chapeau. Anche perché l’attenzione mediatica ha portato alle dimissioni di Giuseppe Mussari dalla presidenza dell’Abi, la potente associazione dei banchieri italiani. Una sorta di Confindustria dei banchieri.

Certo, sostenere che in quel di Siena il Pd “non c’entri” è davvero difficile, se è vero com’è vero che Mussari aveva forti contatti con il Pd nazionale ed ovviamente con quello locale e se è vero che le nomine presso la fondazione MPS erano politiche così come politica era la gestione dei soldi generosamente devoluti a favore del territorio senese. Con risultati anche importanti, per carità, ma con modalità che, per forza di cose, si sono rivelate col tempo particolarmente nebulose.

Tutto inizia con l’acquisizione, da parte del Monte di Paschi di Siena, della Banca AntonVeneta, per la mirabolante cifra di 10 mld di euro. Davvero singolare, perché la parte venditrice, ovvero il Banco Santander, si sarebbe ampiamente accontentata di una cifra vicina ai 7 mld, considerevole, ma comunque inferiore rispetto a quella erogata da MPS. L’operazione è stata finanziata dalla fondazione MPS; da qui la necessità di compiere un aumento di capitale, non sufficiente però a garantire il ripianamento del buco di bilancio creatosi con l’improvvido acquisto. Ed è a questo punto che vengono fatte le spericolate operazioni finanziarie, con tanto di derivati, capaci di aumentare i problemi, invece che risolverli, al punto da portare l’avv. Mussari alle dimissioni.

Il MPS, dopo giorni di passione in Borsa, accetta i Monti Bond sui quali, nel frattempo, si è sviluppata una forte polemica politica: i quasi 4 miliardi che il governo ha offerto per il ripianamento del buco di bilancio coincidono con quelli “estorti” agli italiani a seguito dell’imposizione dell’IMU sulla prima casa.

Alcuni contestano quest’ultimo punto, altri lo avallano; in realtà, considerando la perfetta fungibilità del denaro, si può ritenere che comunque i soldi incassati dallo Stato grazie all’odiato balzello siano stati utilizzati per ripianare i buchi (conosciuti) di una banca privata molto vicina ad un partito della maggioranza.

La magistratura indaga: staremo a vedere. Anche se già a questo punto si può certamente dire come il sistema di controllo (Bankitalia, Abi, financo Consob) abbia ancora una volta mostrato tutti i propri limiti, esattamente come nelle altre vicende che in 30 anni hanno sconvolto il panorama economico-finanziario italiano e soprattutto il portafoglio di tanti piccoli risparmiatori.

Le ultime indiscrezioni lascerebbero paventare un quadro ancor più inquietante: si sta facendo strada l’ipotesi che il sovrappiù pagato per acquisire AntonVeneta nasconda rilevanti tangenti spartite tra manager (e forse politici) spagnoli e italiani, denaro poi parzialmente rientrato grazie al tanto criticato “scudo” fiscale voluto da Tremonti.

A questo punto sorgono spontanee almeno un paio di domande.

Prima di tutto ci sarebbe da chiedersi se Mario Monti, Presidente del Consiglio in carica, capace di vantare molteplici conoscenze nel mondo bancario al punto da candidare nella propria lista esponenti del cda di MPS, fosse davvero all’oscuro delle vicende riguardanti il Monte dei Paschi e soprattutto delle rischiose manovre finanziarie compiute dal suo gruppo dirigente. Che MPS fosse in cattive acque lo si poteva intuire da tempo; bisognerebbe capire se chi ha guidato il governo sapeva qualcosa di più o se invece ha preferito far finta di nulla. Il ministro dell’economia Grilli ha recentemente dichiarato che il governo conosceva da un anno la difficile situazione della banca senese, precisando però che i controlli erano di competenza di Bankitalia. Sarà. Ma di certo il livello tecnico-politico non si può autoassolvere così facilmente. Soprattutto considerando che gli italiani hanno sostanzialmente pagato con la tassa sulla prima casa quel Monti Bond con il quale lo Stato spera di ripianare il buco di bilancio – non ancora esattamente quantificato e pertanto probabilmente ancora più ampio – creato dagli spericolati banchieri. Ed a questo punto si potrebbe configurare un’ipotesi particolarmente odiosa per il governo Monti: quella di aver compreso lo stato delle cose, in particolare le azioni criminogene poste in essere per l’operazione AntonVeneta con tanto di finanziamenti illeciti a politici e banchieri, preferendo, nonostante tutto, “scaricare” le perdite sulle spalle dei contribuenti.

L’altra domanda che ci si può porre riguarda proprio il Partito Democratico: possibile che i piddini, di “casa” all’interno del MPS, non si siano mai accorti di nulla? Davvero il Pd ignorava le operazioni poste in essere dal board del Monte dei Paschi pur avendo propri uomini ovunque, sia all’interno della banca, sia nella fondazione che la controllava, così come in tutte le istituzioni cittadine e locali che beneficiavano di generose elargizioni? E’ davvero credibile ritenere che nel 2007, con il centro-sinistra al governo da oltre un anno, nessuno si fosse accorto di ciò che Mussari stava combinando per l’acquisizione di AntonVeneta? E come mai nessuno si preoccupò di chiedere spiegazioni per l’anomalo costo dell’operazione? Possibile, infine, che il Pd non sia minimamente responsabile per una città come Siena che a parte il Monte era già balzata agli onori della cronaca per i buchi nei bilanci di università e comune?

Insomma, il “non poteva non sapere”, usato generosamente in passato per altri, potrebbe, stavolta, risuonare anche per il Partito Democratico.

Il Caimano morde ancora.

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Un Berlusconi sempre più in forma rappresenta una delle poche note di interesse di una campagna elettorale fin qui piuttosto anonima. In un contesto nel quale tutti sono più o meno d’accordo il Cavaliere è davvero l’unico capace di andare in una tv come La 7 e fare, nel vero senso della parola, 9 milioni di telespettatori ed uno share del 33% (dato ovviamente storico per l’emittente in quota Telecom). Alla luce di questi prevedibili risultati appare ancor più incomprensibile la scelta di Bersani di presentarsi quasi in contemporanea da Vespa: inevitabili i raffronti, i Bersani flop del giorno dopo, con i quali alcuni organi di stampa hanno salutato la comparsata tv del segretario Pd.

Invero i sondaggi davano già da qualche tempo il Pdl in recupero, dopo una perdita di consensi che pareva davvero inarrestabile; basti pensare a quell’incredibile 13%, toccato a novembre in coincidenza con le primarie del Pd, mesto vaticinio di un epilogo analogo a quello dei più importanti partiti di governo della cosiddetta Prima Repubblica. Insomma è nel momento in cui si tocca il fondo che Berlusconi si convince definitivamente della carenza di quid da parte di Alfano, accantona il sempre poco amato progetto-primarie, e si ripresenta come capo di una variegata coalizione incentrata sul patto Pdl-Lega.

E’ chiaro come la vittoria di Pierluigi Bersani e della sinistra sia, a questo punto, certamente meno scontata rispetto a poche settimane fa. Il segretario Pd, che soltanto nel dicembre scorso scandiva non-vedo- l’ora-di-sfidare-Berlusconi, sembra oggi molto più cauto riguardo al tema dei confronti tv; da qui la volontà di considerare solo i candidati premier e non i  “semplici” capi coalizione.  Una scelta legittima, intendiamoci (d’altronde Bersani è ancora in vantaggio, mentre Berlusconi ha l’obbligo di recuperare), ma che tradisce qualche preoccupazione di troppo, considerando l’ottima forma sfoderata dall’ormai anziano Cavaliere. Il quale, dal canto proprio, davvero si diverte di fronte alle telecamere, anche quando gioca fuori casa, come avvenuto l’altra sera a Servizio Pubblico.

Sotto quest’ultimo aspetto non c’è dubbio sul fatto che il duello abbia riguardato esclusivamente Santoro e Berlusconi. Gli altri non sono nemmeno esistiti. Colpisce, in particolar modo, il flop di Travaglio. Dopo averne scritte di tutti i colori per 20 anni (spesso a ragione, intendiamoci) l’allievo di Montanelli non è riuscito a fare una sola domanda diretta al Cavaliere, da uomo a uomo, come si sarebbe detto un tempo, ovvero guardandolo negli occhi; anche i più focosi fans del giornalista sono rimasti chiaramente delusi. Paradigmatica è stata la scena nella quale Berlusconi, alzatosi dalla propria postazione, si dirige verso Travaglio intimandogli di sloggiare, con quest’ultimo che esegue l’ordine e se ne va. Le telecamere e i commentatori hanno indugiato soprattutto sulla gag successiva, Berlusconi che “pulisce” lo scranno dov’era posizionato Travaglio, ma il momento emblematico è il precedente perché riassume perfettamente chi sia stato il vincitore del confronto e, forse, la stessa tempra dei protagonisti in gioco. A peggiorare la situazione poi è intervenuta l’inopportuna, quasi ridicola, querela del giornalista, conseguenza del “papello” letto dall’ex premier in diretta.

Che d’altronde Berlusconi fosse in forma lo si poteva facilmente preventivare. Alle prime, infelici, apparizioni in tv (quelle di fronte alla D’Urso e a Giletti, per intenderci, fino alle insofferenze mostrate da Vespa) era seguito il “match” con la Gruber, risolto a favore del Cavaliere; basti pensare al grottesco epilogo nel quale la conduttrice si vantava delle sue origini “austro-ungariche”, oggetto poi di lievi sberleffi persino da parte di Santoro nel prologo della trasmissione di giovedì. Questi fatti stanno a dimostrare come a Berlusconi facciano mediaticamente bene gli ambienti ostili, le “fosse dei leoni”, le corride, piuttosto che gli intervistatori un tempo accusati di esagerata acquiescenza e pertanto oggi in cerca di “riposizionamento”.

Insomma, a Berlusconi serve un fiero, coerente, “nemico” per esaltarsi. E’ per questo che la routine non fa per lui: al governo “si annoia”.

L’abbraccio…

L’abbraccio di Depardieu al semi-dittatore Putin fa storcere il naso, soprattutto a sinistra ed in particolar modo a chi ritiene la Francia “patrie des droits de l’Homme”. In realtà l’oppressione fiscale, quale è senz’altro definibile una tassazione al 75% sia pure per i redditi “alti”, non ha niente a che vedere con i diritti dell’uomo. Anzi, la fiscalità sfrenata è spesso stata alla base di importanti eventi rivoluzionari: si pensi alla gloriosa rivoluzione inglese del 1688 (che aveva anche altre motivazioni legate al rifiuto di una monarchia assoluta sullo stile francese) e soprattutto alla guerra di indipendenza americana contro gli inglesi.

Per noi italiani è difficile concepire l’idea di rivoluzione, ancor di più se legata a motivazioni fiscali. Cose dell’altro mondo, che non ci appartengono.

In realtà tassare al 75% chi guadagna più di un milione di euro appare una vera e propria sciocchezza, frutto di una malintesa ideologia egualitaria, ancor prima che un latrocinio legalizzato.

Certamente il regime di Putin sfrutterà l’accaduto e la sinistra francese sarà incazzatissima con Depardieu, verso il quale non mancheranno le rappresaglie sotto il profilo professionale (a patto che abbia ancora voglia di fare l’attore).

Insomma un vero e proprio pasticcio, ricco di risvolti internazionali, dovuto all’incompetenza di un presidente socialista, Francois Hollande, in crisi di consensi e di idee dopo pochi mesi di governo al punto tale da scatenare una crociata contro i “ricchi”. Qualcuno ha addirittura invocato “regole comuni sul fisco in Europa”, ovviamente ispirate alla folle tassa inventata da Hollande.

In realtà, più che dei “ricchi”, è proprio di questa visione, paternalistica, etica, in fondo autoritaria dell’Europa che bisogna aver paura.

La tentazione di votare i Barbari.

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Alessandro Baricco, in un libro non troppo recente, spiega che cosa sono per lui i Barbari, senza cedere a facili giudizi, o almeno a quelli che ci si potrebbe banalmente aspettare da uno scrittore “colto”. I Barbari che soppiantano il mondo vecchio, quello fondato sulla fatica, lo studio, l’applicazione, il senso. I Barbari, col loro arrivo, la loro energia, sostituiscono tutto ciò con la “spettacolarità”, la velocità, il senso orizzontale della vita, la scarsa attenzione al particolare, all’analisi escatologica. Non hanno voglia né tempo di approfondire. Non solo: ritengono tutto ciò fonte di disastri. Di vere e proprie tragedie. I Barbari, cioè, pongono la parola fine alla Storia.

Quello di Baricco è dunque un saggio sulla mutazione, nostra, a livello individuale e di massa, in alcune parti pure divertente.

Sotto il profilo politico la distinzione è meno netta, nonostante la protervia dimostrata da alcuni mezzi di comunicazione nel distinguere tra buoni e cattivi, meritevoli e pericolosi. I grandi giornaloni nazionali, si sa, hanno i loro beniamini, in realtà sempre gli stessi, in questo momento uno solo, una sorta di nuovo uomo della Provvidenza come, in maniera un po’ improvvida, ha recentemente lasciato intendere  anche l’autorevole organo della Chiesa cattolica.

Una strana alleanza quella tra muratori e preti, non c’è che dire.

IL Barbaro, invece, ha le caratteristiche che Baricco gli attribuisce nel suo raffinato saggio. Egli si distingue sia dall’uomo della Provvidenza che dalle cariatidi che hanno infestato lo Stato, in maniera oramai irreparabile, al punto tale da minarlo alle fondamenta.

Le cariatidi non lo fanno apposta: è una questione di sopravvivenza. Se mollano la presa, il potere, muoiono. Esattamente come quei satrapi orientali che una volta caduti finiscono ben presto in un deperimento fisico e psichico, repentino ed irreversibile.

Insomma abbiamo tre figure che, politicamente, si confronteranno alle prossime elezioni: Lui, l’uomo della Provvidenza, le vecchie cariatidi da basso impero con il congruo contorno di sgualdrine e nani, e loro, i Barbari.

Come da titolo la tentazione di votare i Barbari è, a questo punto, piuttosto forte, perché, semplicemente, non c’è più nulla da salvare di questa nostra repubblica. La repubblica, cioè, è marcia. Totalmente. Occorre dirlo, senza paure. Non c’è più nulla da proteggere, salvaguardare, trarre in salvo.

Non c’è da ritoccare, c’è da distruggere.

Sulla dipartita di Pubblico urge autocritica.

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Il 31 dicembre del 2012 è andato in edicola l’ultimo numero di Pubblico giornale, il quotidiano fondato da Luca Telese.

Personalmente ho visto con simpatia questo “esperimento”, non solo secondo modalità “a costo zero” ma anche acquistando con una certa puntualità il giornale. Che qualcosa, però, non funzionasse me ne sono accorto in fretta.

Prima di tutto il nome: che significa Pubblico?

Nel mio piccolo feci sapere a Luca Telese la incomprensibilità di una simile scelta, ma naturalmente non ebbi alcuna risposta. Il nome era già stato scelto e si andava con grande entusiasmo a presentare la nuova iniziativa editoriale nelle piazze.

Sembrerà una cosa stupida ma anche il “nome” vuole la sua parte così come l’occhio e, nel caso di un quotidiano, la leggibilità.

Perché anche buona parte degli articoli erano illeggibili. Spesso avevano ad oggetto tematiche di scarso interesse per la “massa” del pubblico (quello vero) ed in ogni caso apparivano scritti con un ritegno che mal si concilia con ciò che un lettore medio può capire.

Sono ancora dell’idea che un giornalista debba scrivere a beneficio di chi legge.

La grandezza dei Maestri (Montanelli e Biagi su tutti, ma anche Bocca, Zavoli e perfino Fallaci) consisteva nel farsi comprendere da tutti.

Anche la morale del giornale (l’essere dalla parte degli ultimi e dei primi) appariva confusonaria e ruffiana. O si sta dalla parte degli ultimi o dei primi. Da qui non si esce. Qualsiasi altra soluzione è un imbroglio. D’altronde è sempre stato così e lo è, a maggior ragione, oggi in una situazione nella quale i “primi” sono sempre più primi e gli “ultimi” sempre più ultimi.

Le strategie di marketing non le voglio discutere, non conoscendo come siano andate le cose. Ma come lettore e, nel mio piccolo, operatore del settore posso dare questa opinione.

In sintesi mi pare chiaro che un po’ più di umiltà, soprattutto da parte dei tanti giovani (o meno giovani) assunti e collaboratori di Pubblico non avrebbe fatto male.

Magari l’avventura si sarebbe comunque conclusa presto, visto che – a quanto sembra – non esistevano neppure le premesse economiche necessarie per far andare avanti il quotidiano.

Ma quando vendi 4 mila copie e fallisci in soli tre mesi la responsabilità non può essere che condivisa a più livelli e quindi se da un lato è giusto che Pubblico abbia chiuso dall’altro fa comunque riflettere l’approccio da parte delle cosiddette “nuove leve”.

Un po’ troppo signorini, un po’ troppo “fighetti”. Un po’ troppo “io ce l’ho fatta”.

L’attenersi ad un piano di maggiore modestia (parola sconosciuta ai nostri giorni), minore autoreferenzialità, più capacità di ascolto del lettore “medio” non avrebbe fatto male. Così come qualche “accozzato” in meno.

Privatizzazioni e svendite: una storia del 1992.

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<<Ma perché quasi tutti gli incarichi relativi alle privatizzazioni sono stati affidati a operatori stranieri? Talvolta queste società non hanno nemmeno una struttura in Italia e so che alcune di esse subappaltano studi che dovrebbero realizzare in proprio. Come Sopaf non ci sentiamo discriminati ma come categoria di Banche d’Affari italiane sì>>.

A scagliare queste pacate accuse, nel 1992, fu Jody Vender noto finanziere milanese a capo della Sopaf,  merchant bank con interessi in svariate parti del mondo. Peccato però che nessun membro dell’allora governo presieduto da Giuliano Amato avesse ritenuto di coinvolgere la sua creatura nel processo di privatizzazione avviato proprio agli inizi degli anni 90 in Italia. Una situazione, quella di Vender, che accomunò tanti altri operatori nazionali scavalcati da concorrenti stranieri con procedure perlopiù ignote.

La posta in palio, peraltro, era piuttosto importante dato che le privatizzazioni delle imprese a partecipazione statale promettevano liquidità rilevante anche per i mediatori (stranieri).

Si pensi alla privatizzazione del Credito Italiano affidata alla merchant bank statunitense Merrill Linch. (1) In ambienti finanziari si urlava a chiare lettere come la Merrill non possedesse alcuna esperienza in operazioni di privatizzazione bancaria. Non deponeva inoltre a suo favore il coinvolgimento nella cosiddetta Pizza Connection che ha poi portato al processo contro la famiglia mafiosa dei Bonanno (2). Ma la Merrill avrebbe usato un asso nella manica: accettare l’incarico ad un prezzo stracciato rispetto agli altri concorrenti. Un caso di dumping, insomma.

Più o meno simile fu la vicenda dell’Ina, la cui valutazione venne affidata alla britannica Baring (in tempi lontani considerata “uno dei sei grandi poteri d’Europa”) ma all’inizio dei ’90 in cerca di rilancio data l’immagine un po’ appannata (non a caso fallirà pochi anni dopo).

Ma il caso che di certo ha maggiormente stupito gli osservatori è stato quello dell’affidamento della vendita di Cirio-Bertolli-De Rica-Italgel all’americana Wasserstein Perrella. La Wasserstein non aveva alcuna sede in Italia, tanto è vero che fornì agli operatori solo i recapiti di Londra e New York. Di certo, già da allora, si sapeva bene come la Wasserstein avesse curato una sola operazione di privatizzazione, quella della vendita di una quota della Pai alla Unichips, ma con procedure che suscitarono le proteste di una candidata all’acquisto (la United Biscuits capace dal canto suo di mettere a repentaglio il buon esito della operazione). (3) Ma allora come mai venne affidata a questa banca di ridotte dimensioni una operazione tanto importante? Al tempo si focalizzò l’attenzione sul fatto che, per qualche tempo, consulente della stessa banca fosse stato uno dei ministri del governo Amato. Ma è possibile ipotizzare anche che gli uomini della banca stessero riscuotendo vecchi crediti quando lavoravano per la First Boston. A metà anni ‘ 80 avevano in pratica portato a termine la cessione dell’Alfa Romeo alla Ford quando l’operazione andò a monte perché l’IRI (a presidenza Prodi) scelse di vendere alla Fiat (per una cifra inferiore per di più “spalmata” nel tempo). Infatti la Wasserstein avrà poi l’incarico di vendere l’ Esaote Biomedica, gruppo Finmeccanica, quasi a titolo di “risarcimento danni”.

Un altro interessante caso fu quello dell’affidamento alla Goldman Sachs della preparazione delle quotazioni di Agip e Snam. (4) La Goldman si accanì pochi mesi prima in manovre speculative contro la lira ma questo fatto non impedì alla merchant bank americana di ottenere incarichi tanto rilevanti per conto del Governo italiano. Della banca d’affari americana era senior partner Romano Prodi. Inoltre il suo co-presidente Robert Rubin venne nominato da Bill Clinton Segretario al Tesoro. E si vociferò che la mediazione della Goldman fosse stata suggerita al nostro Governo da ambienti prossimi alla regina Elisabetta d’Inghilterra in persona (durante l’ormai celebre riunione di banchieri e boiardi di stato italiani a bordo del Britannia).

Come consulente dell’Agip Petroli venne scelta invece la Salomon Brothers (il suo presidente Warren Buffet fu consigliere di Bush senior). Buffet era il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva Abc capaci di distinguersi in durissimi attacchi contro l’Italia. Attacchi che però non impedirono agli emissari Salomon di essere invitati a bordo dello yacht della Regina d’Inghilterra (appunto il Britannia) che “per caso” giungeva nelle nostre acque territoriali.

Nel Britannia, oltre agli uomini Salomon, erano presenti gli esponenti di banche d’affari poi affidatarie degli incarichi relativi alle privatizzazioni e molti vertici direttivi delle società da privatizzare. Presenti, inoltre, anche alti esponenti della burocrazia italiana come l’allora direttore generale del tesoro Mario Draghi.

La cosa grave è che all’interno del Britannia (giugno ’92) si sia affrontato il tema delle privatizzazioni da attuare in Italia prima ancora che il Parlamento ed il Governo considerassero la questione. E guarda caso proprio alla vigilia della tempesta monetaria che da lì a poco (autunno ’92) si scatenerà contro la lira, portando il marco alla soglia delle mille lire ed il dollaro oltre quella delle 1600. Quotazioni fino a poco tempo prima giudicate impossibili da tutti gli operatori e risultate poi molto vantaggiose per gli acquirenti stranieri dei nostri “gioielli” di famiglia.

Note:

(1) C’è da precisare come dopo l’arresto di Nobili (successore di Romano Prodi alla guida dell’Iri) la gestione della privatizzazione del Credito Italiano sia passata da Merrill a Goldman Sachs (che poi avrebbe provveduto a vendere la banca per un prezzo assai inferiore rispetto a quello individuato originariamente da Merrill).

(2) La Lugano Connection.

(3) UNITED BISCUITS denuncia: irregolare la vendita delle patatine alla SAN CARLO

(4)  L\’ ingresso in Borsa di Agip e Snam.

1953. C’era una volta la cosiddetta “Legge Truffa”.

La definizione non deriva, come spesso accade, dal cognome del parlamentare proponente bensì dalla fantasia delle allora opposizioni, PCI in testa. La legge, che modificava le precedenti norme in senso proporzionale risalenti al 1946, introduceva un premio di maggioranza capace di garantire il 65% dei seggi della Camera al partito o ai gruppi di liste collegate che avessero raggiunto almeno il 50,01% dei voti validi. La legge venne proposta nei tempi del centrismo trionfante, quelli di Alcide De Gasperi e del temuto ministro dell’interno Mario Scelba, in prossimità delle vicine elezioni politiche del giugno 1953 (II legislatura), nonostante la ferma opposizione di destra e sinistra. Da ricordare la strenua opposizione di Piero Calamandrei che andrà a formare assieme a Parri una piccola lista (denominata Alleanza Democratica Nazionale) col preciso intento di far venir meno il raggiungimento del fatidico quorum. Lo stesso presidente del Senato Giuseppe Paratore, un liberale vecchio stampo, si dimise in aperta polemica con la maggioranza parlamentare sia sul merito della legge che sulla procedura per approvarla (De Gasperi avrebbe voluto porre la fiducia per stroncare sul nascere il prevedibile ostruzionismo parlamentare delle opposizioni). Da sottolineare, per il carattere di estrema attualità, anche i ragionevoli rilievi esposti da un vecchio ex presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, il quale, prima di morire, avvertì: “la prassi parlamentare non ammette che alla fine di una legislatura si modifichino i meccanismi elettorali che devono presiedere alla formazione di una nuova Camera”. Ma la legge venne comunque approvata, con il conseguente apparentamento di Democrazia Cristiana, Partito Liberale, Partito Socialdemocratico, Partito Repubblicano, Partito Sardo d’Azione e Südtiroler Volkspartei che, tutti assieme, arrivarono al 49,8% dei voti. La conseguenza fu che, per un soffio, il meccanismo previsto dalla legge non scattò. Ciò fu dovuto, come già scritto sopra, alle scissioni che si determinarono nello stesso fronte di partiti che volevano avvalersi della legge truffa; l’iter che portò all’approvazione della norma, infatti, fece emergere voci discordanti all’interno di socialdemocratici e repubblicani e la conseguente creazione di liste autonome, con l’obiettivo – dichiarato – di sabotare la legge. La stessa DC, d’altronde, con le politiche del ’53 aveva perduto un consistente bottino di voti, conseguenza diretta della pervicacia con la quale aveva difeso le nuove norme elettorali. Tutti i partiti che invece si erano opposti alla legge, dal PCI fino al MSI, ottennero un sensibile aumento del proprio consenso elettorale. Una sconfitta su tutta la linea per la DC, tanto è vero che la legge truffa venne rapidamente abrogata.
Il cosiddetto Porcellum, “latinizzazione” della più volgare definizione a suo tempo espressa dallo stesso ideatore, ovvero Roberto Calderoli, modificò il Mattarellum (copyright Sartori) che, a sua volta, reintroduceva una quota di proporzionale pari ad 1/4 dei seggi di ciascuna assemblea (in barba all’esito del referendum elettorale del 1993 col quale gli italiani avevano deciso di abolire il vecchio proporzionale in voga dal 1946). Anche nel caso del Porcellum la nuova disciplina elettorale venne approvata a ridosso delle elezioni, come già ai tempi della approvazione della Legge Truffa. I partiti che votarono il Porcellum furono: Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e l’Unione Democratica di Centro di Pierferdinando Casini. Le opposizioni furono, a parole, critiche verso il nuovo sistema, salvo poi avvalersene con somma soddisfazione nei tempi successivi. Il meccanismo, infatti, abolendo le preferenze ed i collegi uninominali, ed introducendo le liste bloccate, permetteva (e permette tuttora) alle segreterie dei partiti di scegliere i futuri parlamentari attraverso l’individuazione di una precisa “gerarchia”: la quota di eletti all’interno di questa “gerarchia” è proporzionale ai voti che un determinato partito ha nella tornata elettorale considerata. Anche il Porcellum individua un premio di maggioranza alla Camera (analogamente alla Legge Truffa ma senza “quorum”) ed uno per il Senato (ma su base regionale). Nel 2007 un gruppo di promotori, tra cui Giovanni Guzzetta e Mario Segni, raccolse le firme necessarie per un referendum  (dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale) volto ad abrogare quelle parti di Porcellum necessarie a ripristinare una normativa simile al vecchio Mattarellum. La reazione dei partiti politici, anche di quelli che in sede parlamentare si erano mostrati ostili al provvedimento, fu piuttosto fredda. La consultazione referendaria venne rinviata (per la provvidenziale caduta del governo Prodi e le conseguenti elezioni politiche, sempre col Porcellum), di fatto al giugno 2009. La volontà partitica di sabotare la consultazione referendaria ebbe successo, con la solita promessa di una riforma prossima ventura in Parlamento; gli italiani se ne restorno a casa (o andarono al mare) facendo fallire il quorum. Nel settembre del 2011 i medesimi promotori ci riprovarono, questa volta raccogliendo la bellezza di 1,2 milioni di firme, ma la Corte Costituzionale (dicono alcuni per non disturbare il “nuovo” manovratore Mario Monti appena insediatosi a Palazzo Chigi grazie al potente endorsement di Napolitano) giudicò inammissibili i quesiti paventando “un vuoto normativo” qualora gli italiani avessero votato a favore dell’abrogazione totale o parziale del Porcellum.
Una ulteriore ipotesi di legge truffa (tralasciando il triste caso, sopra accennato, del Mattarellum) si sta materializzando proprio in questi giorni all’indomani del successo elettorale di Beppe Grillo in Sicilia il quale, appunto, indurrà i partiti (spronati dai severi moniti quirinalizi) a dare un ulteriore sfoggio della propria fantasia. Pdl, Lega e Udc (con la molle opposizione del Partito Democratico) hanno votato in commissione affari costituzionali del Senato un emendamento alla attuale disciplina elettorale che introduce un premio di maggioranza del 12,5% al partito o al gruppo di partiti capace di raggiungere il 42,5% dei voti. Dulcis in fundo si è fatta avanti anche l’ipotesi di un cosiddetto “premietto” di consolazione per il partito che, pur non raggiungendo la difficile soglia, si piazzi comunque al primo posto. Con la seguente disciplina, secondo le stesse dichiarazioni del presidente del Senato Schifani e quelle rilasciate più o meno a microfoni spenti da altri esponenti del mondo politico, gli attuali partiti si pongono come obiettivi:
1) sbarrare la strada a Grillo che assai difficilmente (ma non si sa mai) potrebbe raggiungere il 42,5%.
2) non far vincere nessuno (con l’attuale frammentazione politica e crisi dei partiti nessuna coalizione immaginabile raggiungerebbe il 42,5%) ed aprire la strada ad un Monti-bis, ipotesi tanto gradita al presidente della Repubblica ed a settori bipartisan del mondo politico attuale.
Non c’è dubbio che, guardando ai precedenti ed al futuro prossimo, in fatto di legge elettorale, la truffa sia sempre dietro l’angolo.

L’Unione Europea? Una strana sintesi di neoliberismo e socialismo reale.

Navigando su internet, e soprattutto sui cosiddetti social network, ci si può facilmente imbattere in fotomontaggi nei quali i simboli, gli uomini e financo la bandiera dell’attuale Unione vengono declinati sulla base delle sanguinose ideologie che caratterizzarono il XX secolo. Sono cioè numerosi i riferimenti al comunismo ed addirittura al nazismo così come le citazioni di George Orwell, identificato quale autore principe al quale far riferimento per interpretare i tempi attuali. Che cosa hanno in comune tutte queste rappresentazioni, in qualche caso volgari e discutibili? Di sicuro la percezione di una certa vena “totalitaria” che caratterizza l’attuale Unione Europea, recentemente premiata col Nobel per la pace. Chi si oppone all’Europa ne denuncia il carattere dirigistico, centralistico, burocratico, fondamentalmente antidemocratico; in termini più sofisticati si può parlare di un costruttivismo (pensando a Von Hayek o anche di un razionalismo ingenuo per dirla alla Popper) che subordina gli attuali sacrifici – sia in termini economici che di democrazia –  al conseguimento di un bene “superiore”, quale la realizzazione della comune patria europea. Si tratta, insomma, di un qualcosa di molto simile a ciò che in tempi non troppo lontani promettevano le peggiori ideologie novecentesche, capaci di coagulare strati e classi sociali in vista in un sogno comune come, ad esempio, l’edificazione di un uomo nuovo o di una società nuova. Pertanto sostenere che oggi le ideologie siano defunte è quantomeno fuorviante, se non spudoratamente falso. Sono morte alcune ideologie mentre altre sono sopravvissute ed altre ancora si sono semplicemente declinate in forme diverse, secondo un percorso seguito da molti degli stessi uomini che in quelle ideologie hanno creduto. Non è morto per esempio il mercatismo (termine che piace molto all’ex ministro Tremonti). Non è morto nemmeno quella concezione di Stato, magari sovrannazionale, che tanto piaceva ai sostenitori del vecchio socialismo reale. Lo Stato come Grande Fratello orwelliano, insomma. Appare infatti a tutti ormai evidente come al vecchio europeismo dei De Gasperi e degli Adenauer si sia sostituito un nuovo tipo di europeismo tecnocratico che, in quanto tale, ha la inquietante caratteristica di riassumere il peggio del neoliberismo e certi sgradevoli aspetti del socialismo reale. L’europeismo attuale è riuscito dunque a compiere una incredibile quadratura del cerchio tra neoliberismo e comunismo? Secondo me sì. E spiego anche il perché. Del neoliberismo l’attuale costruzione europea contiene tutti gli aspetti peggiori, quelli più perversamente anti-umanistici; pensiamo, ad esempio, al disprezzo propagandato a tutti i livelli per il sapere umanistico definito inutile  ma in realtà temuto perché capace di fornire taluni strumenti critici decisamente scomodi in un momento storico in cui il potere (nelle accezione più ampia possibile) trova molto comodo avere a che fare con società (anche qui nella accezione più ampia del termine) assuefatte, massificate, rassegnate o ancor meglio piegate da un senso di ineluttabilità “storica”. Il nuovo liberismo sviluppatosi a partire dagli anni 70, affermatosi negli 80 e soprattutto nei 90 a seguito della caduta del Muro e della dissoluzione dei regimi dell’est, detto anche neoliberismo, è il responsabile della precarizzazione della società, del lavoro, degli stessi rapporti interpersonali. Ed è questo liberismo precarizzante che non solo non ha dato più libertà ma ne ha tolta. Tutto ciò appare ancor più vero in Italia, dove abbiamo sviluppato una sorta di liberismo de noantri, per forza di cose straccione, familistico, arraffone, con il quale sono andate perse le vecchie sicurezze del modello statalista senza al contempo acquisire le libertà tipiche di una vera economia di mercato fondata sul merito, sulle competenze, sulla concorrenza, sulle opportunità e la mobilità sociale. La precarizzazione del lavoro, la compressione salariale, la precarizzazione esistenziale (conseguenza delle prime) – la globalizzazione – sono tutti portati del neoliberismo. Ed il socialismo reale dove si ritrova in questo schema? Che cosa c’entra? Il socialismo reale lo ritroviamo nell’idea dello Stato forte, orwelliano, capace di controllare, educare, blandire, valutare, indirizzare con sanzioni negative o positive i propri cittadini/sudditi (in realtà sempre più sudditi e sempre meno cittadini). Uno Stato forte, massificante, che non è più nazionale ma sovrannazionale (ancor peggio), frutto di una follia costruttivistica, fine ed allo stesso tempo mezzo per un futuro glorioso, radioso ed ovviamente senza guerre. Anche il comunismo individuava nell’interesse borghese, nel capitalismo, l’elemento scatenante delle guerre. L’europeismo trova questi elementi negli Stati nazionali; ci dice che dissolvendoci nella comune patria europea non ci saranno più guerre, ma prosperità. E ci fa intendere che, per raggiungere questo risultato è forse opportuno lasciar fare a “chi se ne intende”, non opporsi, non dissentire (chi lo fa è un populista): insomma evitare di esercitare una tipologia di sovranità che – come ci viene spiegato continuamente –  sarebbe tipica del vecchio novecento. Non a caso, oggi, la parola d’ordine è cedere.
Dunque cessione della sovranità e conseguente fede assoluta nella cosiddetta agenda europea che coerentemente viene descritta come una sorta di dogma verso il quale non sono ammessi scetticismi. Non è un caso che tutti gli ex comunisti (e pure un certo numero di ex fascisti) si siano innamorati di questo orwelliano dogma europeista; un disegno che, come quello del “governo mondiale”, risponde ad una evidente ideologia totalitaria. Essi rivedono in ciò qualcosa di simile alle ideologie forti dalle quali sono stati incantati da ragazzi o delle quali hanno continuato ipocritamente a sostenere la validità nonostante ne conoscessero già l’evidente fallacia. Insomma per costoro l’europeismo tecnocratico sostituisce le vecchie ideologie sconfitte dalla Storia.

Parata sì, parata no. Il valore delle petizioni on line.

Scrivo queste poche righe traendo spunto dalle numerose sollecitazioni provenienti da Twitter circa la possibilità di “annullare” la prossima “parata” del 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica.

Dico subito che sono contrario ad una ipotesi di questo genere.

Sostanzialmente chi chiede di non far svolgere l’evento ritiene che i soldi previsti per le celebrazioni possano essere meglio spesi altrove, in particolare nei soccorsi a favore delle numerose vittime del sisma che ha colpito e sta colpendo ancora oggi il nord Italia.

Fatte salve alcune considerazioni meramente “contabili” ( i soldi preventivati sono già stati ampiamente impiegati nella preparazione dell’evento) e comprendendo anche chi ritiene che la Repubblica attuale meriti ben pochi festeggiamenti, le ragioni per essere contrari ad una ipotesi di abolizione della “parata” (perché questo ritengo sia il vero obiettivo della “petizione”) sono diverse, numerose e spesso incapaci di emergere in un contesto spiccatamente demagogico.

Le Forze Armate e le Forze dell’Ordine sono tra le poche istituzioni ancora funzionanti in questo Paese, nonostante i tagli (veri) alle quali sono state sottoposte. Non c’è alcun bisogno di essere dei “militaristi” per ritenere che se l’Italia conserva un barlume di prestigio sotto il profilo internazionale ciò è dovuto in buona parte anche al lavoro svolto dai nostri militari in missione. A scanso di equivoci: chi scrive è convinto che sarebbe finalmente venuto il momento di ritirare i nostri soldati dai vari scenari caldi ma il voler negar loro il giusto riconoscimento – quello di sfilare tra la gente il 2 giugno – sarebbe del tutto ingiusto ed inopportuno.

Il medesimo discorso può esser fatto per le Forze dell’Ordine, chiamate ad operare in un contesto piuttosto delicato, nel quale alla corruzione dilagante si aggiunge una magistratura non pienamente capace di amministrare giustizia in tempi certi, razionali e secondo “modalità” rassicuranti per il cittadino. All’interno dei vari social network si può assistere ad un atteggiamento quasi schizofrenico: da un lato si commemorano le stragi di Capaci e via D’Amelio dall’altra – solo qualche giorno dopo e con un certo malcelato sadismo- si andrebbe volentieri a negare a quegli stessi uomini la loro Festa.

Ovviamente non va dimenticato che alla cosiddetta “parata”, contro la quale il popolo di Twitter si è scatenato, partecipano anche il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, la Croce Rossa Italiana ed i rappresentanti della Protezione civile. Parliamo quindi di personale sempre presente nelle tragedie che con una frequenza ormai inquietante si stanno verificando in Italia.

L’auspicio è quindi quello di focalizzare meglio, di indirizzare i propri strali ai veri responsabili del disastro attuale. Che non sono certamente né l’Inno di Mameli, né il Tricolore, né tantomeno le Forze Armate e di Polizia di una Repubblica che forse meriterebbe il minuscolo.