Mario Moretti

Brigate rosse. Il grottesco incontro tra Moretti, Franceschini e Morucci

valerio_morucci_processo_moro

Morucci

Valerio Morucci, romano classe 1949, studente universitario, fanatico di armi e capo della struttura militare di Potere operaio, prova a entrare nelle Brigate rosse fin dai primissimi anni Settanta: a vagliare la richiesta di Morucci, Alberto Franceschini e Mario Moretti. I tre si incontrano a Milano nel 1971.

Alberto Franceschini: «Stavamo riorganizzando le Br dopo la prima ondata di arresti e Valerio Morucci ci aveva fatto sapere più volte che voleva parlarci. Era il capo del servizio militare di Potere operaio e lo conoscevamo di nome anche perché era considerato un esperto di armi. Lo incontrammo io e Moretti a Milano, in viale Sarca. Arrivò in Mini-minor, una giacca blu con i bottoni d’oro, camicia di seta, cravatta, occhiali Ray-ban: sembrava un fascistello sanbabilino. Parlò soprattutto lui, e di armi: voleva farci vedere che le conosceva bene, che uno come lui sarebbe stato indispensabile per la nostra organizzazione. Ci chiese di entrare nelle Br, ma nessuno di noi fu d’accordo nell’accogliere Valerio. La nostra diffidenza per quelli di Potere operaio era congenita. Li consideravamo dei mezzi aristocratici che volevano giocare alla rivoluzione. Mi fu sufficiente raccontare ai compagni come si era presentato all’appuntamento con noi perché la richiesta di Valerio venisse respinta. Si decise soltanto di continuare a tenere con lui il rapporto che già avevamo, di tipo esclusivamente logistico, e di cui venne incaricato Moretti, l’unico che aveva cercato di difendere, sia pur timidamente, la causa di Morucci» [1]

Valerio Morucci: «Mi diedero appuntamento in viale Zara. Io andai su a Milano con la mia Mini Cooper gialla e nera e con la bionda, per approfittare del viaggio. Già da subito vedo che Moretti e Franceschini mi guardano storto. Io infatti indosso il mio blazer e una camicia azzurra incravattata sotto un bel cappotto blu. Inoltre mi ero presentato con un macchina e una bionda piuttosto appariscenti. Mi guardano come se fossi stato un libertino gaudente appena uscito da un night dopo essermi strafatto di troie e cocaina. Quello con gli occhialetti, Franceschini, mostra il sorrisetto storto del bambino sadico che dà pizzicotti alla sorella. Le labbra di Moretti superano a fatica la smorfia di ripugnanza e supponenza con cui sembra essere nato. Mi dicono: “Da Roma hanno detto che puoi procurarci delle armi”. “Sì”, dico io sorridente, “che vi serve?”. “Tutto: mitra, pistole, munizioni…”.”Ci proverò”, faccio io, “ma se vi servono urgenti bisognerà prenderle al prezzo che si trova”». [2]

mario_moretti_brigate_rosse

Moretti

Morucci su Moretti«Ogni tanto, tra il serio e il faceto, gli scappava di dire che era il capo e che lasciava impronte dappertutto perché i giornali all’epoca non lo nominavano mai e temeva che la polizia volesse giocarlo come spia. Alcuni come Moretti interpretavano il riposo del guerriero come avere una donna in ogni città e anche più di una all’occorrenza. Mi assoggettai anche io alla sicurezza e ai vantaggi delle regole» [3]

– Ancora Morucci: «Comprai una moto Norton Commando con cui scorazzavo per la città come un pazzo. Mi compravo bei vestiti e ogni sera mangiavo al ristorante. Allora con le donne ero una bestia. Ma con lei mi ero messo per ripicca, per toglierla da sotto al naso a quelli del gruppo che pensavano più alla fica che alla rivoluzione». [4]

Morucci, Faranda e i ristoranti: «Nei giorni tra l’appello di Paolo VI e la diffusione del comunicato numero 8, che è del 24 aprile 1978, si presentò Lanfranco Pace in uno dei ristoranti in cui io e Faranda eravamo soliti pranzare da anni, quello sito in via dei Genovesi o via dei Salumi, dietro piazza in Piscinula. Si tratta di un ristorante siciliano con le pareti riccamente addobbate con oggetti provenienti dalla Sicilia. Il Pace ci disse che da alcuni giorni girava per ristoranti da noi frequentati abitualmente per rintracciarci e chiederci se effettivamente le Brigate rosse, dopo i comunicati n.6 e n.7, avessero intenzione di uccidere Moro. Pace conosceva quel ristorante perché prima del periodo in cui ebbe contatti con le Br – tra l’autunno del 1977 e i primi giorni del 1978 – egli lo aveva saltuariamente frequentato assieme a noi»[5]

Morucci aveva raccontato al magistrato che con la Faranda impiegavano intere giornate per cercare il luogo più adatto dove lasciare i comunicati delle Br o le lettere di Moro, tentando di far credere di avere adottato tutte le possibili precauzioni, fino a ricorrere a metodi quasi scientifici, per impedire di essere individuati e pedinati dalla forze dell’ordine. Adesso invece sostiene che due dei brigatisti più ricercati d’Italia, come lui e Faranda, andavano a pranzo in ristoranti che frequentavano da anni, assieme ad altri militanti dell’estrema sinistra, col risultato di essere facilmente rintracciati da un ex militante delle Br che meno di un mese prima era stato fermato dalla Polizia. [6]

Alfredo Bonavita: «Per quanto concerne la nascita della colonna romana, anche a Roma c’era fin dal 1971 un nucleo di compagni vicini alle Br che militavano nell’area di Potere operaio. Ricordo che si parlava della zona di Cinecittà, ove erano avvenute azioni contro i fascisti. Alcuni compagni di Roma andavano a Milano e tenevano i contatti con Franceschini e a volte anche con Curcio. Si trattava di compagni di quartiere, non inseriti in alcuna realtà di fabbrica o di scuola. Da noi erano considerati un poco come barboni, anche perché facevano dei furti per sopravvivere. Una volta rubarono la testa di una mummia o di una statua che poi rivendettero per meno di 200 mila lire. Un’altra volta rubarono, sempre a Roma, una collezione di francobolli. Questo primo tentativo di costituire un nucleo Br a Roma fallì nella primavera del 1972, quando a Milano e a Torino decidemmo il passaggio alla clandestinità. Tale decisione fu determinata da una serie di elementi di carattere politico-organizzativo, a partire dalla riflessione sugli arresti dei primi di maggio 1972, determinati sia dalle indagini di polizia e magistratura sia dalle rivelazioni fatte da Marco Pisetta dopo il suo arresto. A seguito delle rivelazioni si accelerò il processo di clandestinizzazione degli uomini e delle strutture. Tale scelta non fu condivisa da molti compagni romani che si staccarono dalla organizzazione». [7]

Anna Laura Braghetti: «Esiste un racconto molto significativo sul primo incontro fra i milanesi e i romani. La leggenda vuole che tramite intermediari fosse stato fissato un abboccamento fra Morucci, Franceschini e Moretti. Franceschini e Mario arrivarono su una vecchia Fiat, con addosso scarpacce pesanti e orridi cappotti sformati. Valerio invece era smagliante: una bella macchinetta, occhiali neri alla moda, giacca blu doppiopetto, stivali. Immagino si siano guardati e si siano fatti reciprocamente schifo. I brigatisti avevano fatto della sobrietà nordica e dello stile di vita operaio un dogma e tenevano una minuziosa contabilità ritenendo di avere rapinato le banche in nome e per conto del proletariato. Ma Valerio non vedeva francamente la ragione di tanto moralismo e veniva pur sempre da un’area politica – quella della Autonomia operaia – che negli anni successivi avrebbe prodotto dirigenti capaci di dire ai ragazzi: “Guai se trovo uno di voi cretini che distrugge un’automobile di lusso. Le belle macchine si rubano, e poi ci si fa tutti un giro”. Giorgio Bocca, nel suo bellissimo libro ‘Noi terroristi’ fa raccontare a Morucci quel meeting: “Quando li ho conosciuti nel 71 erano tipi tristissimi e anonimi, mimetizzati sul fondo di grigiore di una città operaia, sempre atteggiati ai modi che loro pensavano consoni a dei rivoluzionari professionisti. Io ero arrivato all’appuntamento su una Mini cooper gialla con tetto nero e con una ragazza bionda. Loro vennero all’appuntamento con una 850 grigio sbiadito e un enorme portabagagli sul tetto. Franceschini con gli occhiali, senza baffi, ingobbito come sempre, cinereo in faccia e nei vestiti. Moretti un po’ più aitante, con indosso un assurdo tre-quarti spigato grigio e marrone, con le spighe enormi”. I tre quindi non si piacquero e le Br non si mossero dal Nord finché non decisero che era ora di andarsi a cercare il cuore dello Stato. E lo Stato significava Roma» [8]

franceschini

Franceschini

Alberto Franceschini sui compagni romani: «Erano faciloni e chiacchieroni. Le regole di compartimentazione con loro erano inutili. Ogni tanto ti arrivavano a casa con la testa di una statua rubata in una chiesa per chiederti di piazzarla presso un antiquario di Milano. Quello di rubare pezzi di statue era il loro modo preferito di finanziarsi. A me i rapporti con loro lasciavano un cattivo sapore di borbonesco e di sottoproletariato. Ripetevo in continuazione che una forza rivoluzionaria non può vivere alla maniera dei tombaroli, che i soldi bisognava andarseli a prendere nelle banche. Mi guardavano con quella loro aria sempre stanca e tranquilla, per poi rispondermi invariabilmente: ‘Hai ragione, compagno, ma intanto vedi di piazzare questa zucchetta». [9]

 

mini-cooper

Mini Cooper, primi anni Settanta

 

Fonti:

[1] Franceschini, Buffa, Giustolisi, Mara Renato e io, Mondadori, 1991

[2] Morucci, Ritratto di un terrorista da giovane, Piemme 1999

[3] Morucci, op. cit.

[4] Morucci, op.cit.

[5] Memoriale Morucci

[6] Sergio Flamigni, Patto di omertà, Kaos edizioni, 2015

[7] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (volume 54, pagina 345) 

[8] Anna Laura Braghetti, Paola Tavella, Il prigioniero, Feltrinelli

[9] Braghetti, Tavella, op. cit.

 

Ricordando via Fani: i servizi hanno ancora i loro segreti

Alfetta, via Fani 16 marzo 197816 marzo 1978, ore 8,45. L’auto dell’onorevole Moro, una Fiat 130 blu ministeriale, è come sempre sotto l’abitazione del presidente Dc, in via del Forte Trionfale 79. A comporre la scorta, oltre al maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il vicebrigadiere Francesco Zizzi, le guardie di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Zizzi è lì per caso: sostituisce un collega in ferie.

Negli stessi istanti nei quali Leonardi e gli altri attendono Moro, i componenti del gruppo di fuoco brigatista arrivano in via Mario Fani e si dispongono, travestiti da avieri, dietro le siepi del bar Olivetti posto all’incrocio con via Stresa e chiuso per lavori. Mario Moretti aspetta in via Sangemini (traversa di via Fani) dentro una Fiat 128 con targa diplomatica. Nella zona, a bordo di un’altra 128, stazionano, con funzioni di appoggio, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Sempre in via Fani, ma dall’altra parte dell’incrocio, c’è Barbara Balzerani, armata con mitraglietta Skorpion di produzione cecoslovacca. Bruno Seghetti è a bordo di una 132 blu, pronto a trasportare Moro dopo l’azione.

La scorta parte da via del Forte Trionfale in direzione via Trionfale, poi svolta a sinistra. Moretti scivola con la sua 128 verso via Fani rallentando la corsa della 130 di Moro e dell’Alfetta; all’incrocio con via Stresa, in prossimità del bar Olivetti, quasi si ferma. E’ in questo istante che Morucci, Fiore, Bonisoli e Gallinari coprono i cinque metri di carreggiata necessari a portarsi a ridosso delle auto e iniziare a sparare. Morucci e Fiore tirano verso la Fiat 130, colpendo sia il caposcorta Leonardi che l’autista Ricci, mentre Bonisoli e Gallinari si occupano dell’Alfetta. L’immediato ferimento dell’autista di quest’ultima auto genera il rilascio della frizione e il tamponamento che porterà la 130 a picchiare a sua volta sulla 128 di Moretti. I mitra di Morucci e Fiore si inceppano ed è in questo istante che Domenico Ricci, l’autista della 130, cerca di liberare il proprio mezzo verso una via di fuga che non esiste perché il lato destro è occupato da un’altra auto, una Austin Morris. Lo stesso Ricci viene fulminato da Morucci che, nel frattempo, ha recuperato l’efficienza della sua arma. Gli altri componenti conosciuti del commando, ovvero Balzerani, Casimirri e Lojacono presidiano l’inizio e la fine di via Fani (incrocio con via Stresa).

Annientata la scorta, Fiore e Moretti agguantano Moro e lo guidano verso l’auto di Seghetti che poi parte a tutta velocità in direzione via Trionfale. A prendere due delle cinque borse di Moro è forse Morucci, poi fuggito da via Fani con una 128.

Il convoglio brigatista si immette in via Trionfale in vista di via Casale De Bustis il cui accesso bloccato da una catena viene reso fruibile grazie a dei tronchesi. Il trasbordo di Moro avviene forse in piazza Madonna del Cenacolo con il presidente Dc posizionato in una cassa collocata dentro un furgone guidato da Moretti. Un secondo trasbordo del prigioniero dentro una Citroen Ami8 avviene nel parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi; da qui Moretti e Gallinari trasportano Moro in via Montalcini 8, presso l’appartamento acquistato da Anna Laura Braghetti opportunamente attrezzato per la detenzione.

Si è spesso ipotizzata la presenza in via Fani di un tiratore scelto, che avrebbe permesso ai brigatisti di sopperire alla propria inadeguatezza militare. Dei 97 bossoli ritrovati 49 sarebbero di una sola arma; prova della presenza di un killer magari prestato dalla criminalità organizzata. In realtà soltanto 19 di questi 49 proiettili sono andati a segno, mentre i restanti 30 non hanno centrato né le auto né i componenti della scorta. La stessa possibilità che i 49 colpi siano stati sparati dalla medesima arma (un FNAB-43, dove il numero sta per l’anno di fabbricazione) è messa in forse da una seconda perizia risalente agli anni 90. Relativamente all’ipotesi del tiratore scelto si è pensato a un coinvolgimento della ‘ndrangheta, sulla base dei viaggi compiuti da Moretti nel sud e di una intercettazione tra il deputato Dc Cazora e Sereno Freato, segretario di Moro: telefonata nella quale si insiste sulla necessità di recuperare le foto scattate poco dopo l’agguato da un residente in via Fani, Gherardo Nucci. Gli scatti verranno consegnati alla magistratura dallo stesso Nucci e mai più ritrovati. Un nome per identificare il super killer è stato fatto: Giustino De Vuono, personaggio legato alla mafia calabrese, ex componente della legione straniera, finito in carcere per vari reati tra cui il rapimento e l’uccisione di Carlo Saronio a Milano nel 1975. De Vuono si sarebbe convertito alle Br in carcere e una volta evaso godrà di una strana libertà di azione: frequenti viaggi da e per il sud America grazie alla protezione dei nostri Servizi che di fronte alle richieste di informazioni delle autorità locali opporranno sempre uno stretto riserbo. Ancora nel settembre del 1979 si ha ricordo di lui in Italia, come testimoniano le pagine dell’Unità che descrivono una sparatoria avvenuta nel litorale tirrenico, tra le province di Catanzaro e Cosenza, nei pressi di un posto di blocco. Gli stessi articoli descrivono De Vuono come personaggio con un ruolo chiave nel rapimento e nell’uccisione di Moro.

Un altro degli elementi spesso ignorati di via Fani è la Austin Morris parcheggiata sul lato destro della strada in perfetta coincidenza con il luogo del tamponamento tra le auto della scorta e la 128 di Moretti. Il dato centrale è la targa dell’auto che, secondo la giornalista Stefania Limiti, ne indica la riconducibilità a una società legata ai servizi segreti: il veicolo sarebbe stato acquistato dalla ditta Poggio delle Rose, con sede presso l’Immobiliare Gradoli proprietaria tra l’altro di alcuni appartamenti presso il civico 96 della via Gradoli nella quale verrà scoperto il famoso covo brigatista.

I servizi segreti (italiani e stranieri) sapevano dei preparativi per il sequestro Moro?

Il KGB mise sulle tracce del politico Dc un finto studente di storia risorgimentale, formalmente in Italia grazie a una borsa di studio: si tratta di Sergey Solokov, classe 1953, ufficiale del dipartimento V del KGB quello dedito, secondo il giornalista del Daily Mail Brian Freemantle, alle azioni speciali. Approdato a Roma nel settembre ‘77 e “attenzionato” dal SISMI durante tutto il suo soggiorno in Italia, Solokov, condusse una vera e propria indagine sulle abitudini e gli spostamenti del leader democristiano allarmando Franco Tritto, uno dei più stretti collaboratori di Moro. Tra l’altro era strano che uno studente di storia seguisse con così tanta costanza le lezioni di diritto e procedura penale di Moro. Solokov farà ritorno a Mosca nel luglio 78. Negli anni 80 frequenterà ancora l’Italia come redattore della TASS.

E’ quasi certo che il KGB fosse a conoscenza delle mosse delle Br grazie alla STASI che, a sua volta controllava la RAF tedesca (in stretti rapporti con i brigatisti italiani). La tecnica “a cancelletto” utilizzata per l’assalto di via Fani è la copia di quella utilizzata dalla RAF per rapire nel settembre 77 Martin Schleyer, capo degli industriali tedeschi. Le stesse dichiarazioni di Patrizio Peci, il primo e più importante pentito delle Br, evidenziano i collegamenti tra tedeschi e italiani mantenuti, inizialmente, da Lauro Azzolini e poi da Moretti in persona. Nella risoluzione strategica del ‘78 le Br sottolineavano la necessità di sviluppare la cooperazione con altri elementi dell’internazionalismo proletario, quali l’IRA, l’ETA e la stessa RAF (in pratica il passaggio a una concezione internazionale della guerriglia). Recentemente sono state trovate negli archivi della STASI delle schede informative su tutti i leader brigatisti, a dimostrazione dell’interesse nutrito dal servizio segreto tedesco-orientale per le vicende italiane.

Su un totale di oltre 54 mila pagine riguardanti il caso Moro depositate nell’archivio storico del Senato, sono ancora 15 mila quelle classificate, non essendo stato emanato il regolamento attuativo di riforma dei servizi segreti che dovrebbe disciplinare la materia. Proprio per questo AISE e AISI, eredi di SISMI e SISDE, a quasi 40 anni dagli eventi, si oppongono alla declassificazione dei loro atti non contribuendo di certo a fare chiarezza su un evento chiave della nostra sanguinosa storia repubblicana.

Enrico Fenzi, l’intellettuale delle Brigate Rosse.

Immagine

Enrico Fenzi, uno dei pochi veri intellettuali delle Brigate rosse, esercitò la professione di docente di Letteratura italiana presso l’Università di Genova. Dal 1979 aderì alle Br, colonna genovese, entrando in contatto prima con Rocco Micaletto e poi con Luca Nicolotti. Prese parte, con un ruolo di copertura, insieme ad altri tre brigatisti, Nicolotti, Francesco Lo Bianco e Livio Baistrocchi, al ferimento del dirigente dell’Ansaldo e membro del PCI Carlo Castellano.

Arrestato una prima volta a Genova il 17 maggio 1979, fu assolto nel 1980 per insufficienza di prove. Fu nuovamente arrestato a Milano il 4 aprile 1981, assieme ai brigatisti Tiziana Volpi, Silvano Fadda e Mario Moretti. Durante la sua prima detenzione ebbe modo di entrare in contatto con i più importanti esponenti del così detto “nucleo storico” delle Brigate Rosse, ed in particolar modo con Renato Curcio e Alberto Franceschini.

È autore di Armi e bagagli – Un diario dalle Brigate Rosse, considerato, per il valore della scrittura, la biografia sull’argomento di maggior valore letterario. Enrico Fenzi è stato spesso indicato come l’unico intellettuale passato alle Brigate Rosse, insieme al cognato Giovanni Senzani.

Nel 1995 ha partecipato al documentario di Marco Bellocchio Sogni infranti.

Dissociatosi dalla lotta armata già nel 1982, è stato in libertà provvisoria dal 1985 fino al 1994.

Nuovamente impegnato negli studi di filologia e letteratura italiana con diverse pubblicazioni, è uno stimato studioso a livello internazionale di Dante e Petrarca. Tale attività di studioso, tuttavia, è stata talvolta limitata, in conseguenza di polemiche riferite al passato legame con le Brigate Rosse.

Riproponiamo la lunga intervista concessa da Fenzi a Sergio Zavoli, andata in onda durante la trasmissione La notte della Repubblica.

La Notte della Repubblica – Mario Moretti

23931421_aldo-moro-un-omicidio-central-agency-1

Mario Moretti è nato a Porto San Giorgio, nelle Marche. Il padre è commerciante di bestiame, la madre maestra di musica. Diplomatosi perito industriale, all’inizio del 1968 è a Milano in cerca di lavoro. Ha in tasca due lettere di raccomandazione: una del rettore del Convitto di Fermo, Ottorino Prosperi, per un posto all’Università Cattolica, l’altra della marchesa Anna Casati Stampa di Concino, per un impiego alla Sit-Siemens. Lo assumono in fabbrica. Qui diventa subito amico di Corrado Alunni, Giorgio Semeria e Paola Besuschio. Con loro entra a  far parte del Collettivo Politico Metropolitano di Renato Curcio e Margherita Cagol.

Il 29 settembre 1969, in una comune di piazza Stuparich, si sposa con Amelia Cochetti, maestra d’asilo. Avranno un figlio, Marcello Massimo.

La scelta della clandestinità arriva, per Moretti, tra l’estate e l’autunno del 1970, quando con un gruppetto di compagni della Sit-Siemens e del collettivo da vita a quello che  sarà il nucleo storico delle Brigate rosse. E’ un teorico ed elabora i primi documenti brigatisti, ma è anche tra i primi a prendere le  armi e ad entrare in azione.

Il 30 Giugno 1971, a Pergine di Valsugana, partecipa con Renato Curcio a una rapina per autofinanziamento. E’ la sua prima azione. Dopo l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini, e poi di Roberto Ognibene e Prospero Gallinari, diventerà il capo più autorevole delle Br, fino a gestire il sequestro, la prigionia e la morte di Moro e a concludere con la tragedia la fase culminante della sua attività operativa. [Fonte]

La Notte della Repubblica, Sergio Zavoli intervista Mario Moretti.

Aldo Moro poteva essere salvato

Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Rileggendo le cronache dei 55 giorni del sequestro Moro, successivi alla strage di via Fani e all’epilogo del 9 maggio, emergono in maniera piuttosto chiara elementi che fanno intendere la possibilità, purtroppo non colta, di salvare la vita dell’allora presidente della Democrazia Cristiana.

Non appare condivisibile, infatti, l’ipotesi che sia stato fatto tutto il possibile o che, solo attraverso la trattativa, si potesse giungere alla liberazione di Moro. La terza via, percorribile, poteva essere quella della conduzione di indagini scrupolose, senza “deviazioni” o “depistaggi”, da parte degli apparati di sicurezza e dei vari personaggi-chiave di questa drammatica vicenda.

Bastava fare le indagini, appunto, e limitarsi a seguire le tracce, le soffiate, che indubbiamente caratterizzarono quei 55 giorni.

La strage di via Fani, come si sa, avvenne il 16 marzo del 1978 e portò all’eliminazione della scorta di Moro attraverso l’esecuzione di una pianificazione militare pressoché perfetta. Venne messa in atto la cosiddetta tecnica del “cancelletto”, mutuata dalla RAF che a sua volta l’aveva usata per il sequestro dell’allora presidente degli industriali tedeschi Schleyer. Questa tecnica consisteva nel bloccare qualsiasi via di fuga al convoglio scortato, sia sul lato superiore che su quello inferiore, avvalendosi di un congruo numero di autoveicoli e di una carreggiata stretta come appunto si rivelerà quella di via Fani.

Si è sempre discusso della presenza di una moto Honda sul luogo del massacro; alcuni testimoni furono concordi nell’evidenziare questo importante particolare anche se i brigatisti, dal canto loro, hanno sempre negato.

Interessante anche la possibile partecipazione di un cosiddetto “tiratore scelto”, che potrebbe aver sparato circa la metà dei colpi (l’unico al quale non si sarebbe inceppata l’arma, al contrario di tutto il resto del commando). La presenza di un “tiratore scelto” venne avvalorata anche da un testimone, esperto di armi, che ebbe modo di “ammirare” la destrezza di questo killer (“guantato”) capace di dosare sapientemente le raffiche e di sparare con inaudita precisione, indietreggiando per allargare il raggio di fuoco.

Un altro aspetto da evidenziare è la presenza di un uomo SISMI sul luogo della strage, in un momento molto prossimo alla stessa. Interrogato su questa singolare circostanza il colonnello dei servizi segreti in questione ha sempre dichiarato che si stava recando a pranzo da un collega (alle 9 del mattino) domiciliato nelle prossimità di via Fani.

Importante anche ricordare come, nel momento immediatamente successivo alla strage, un carrozziere allora abitante in via Fani avesse scattato una serie di fotografie dal suo terrazzo consegnando poi il tutto, grazie alla mediazione della moglie giornalista, al sostituto procuratore titolare dell’inchiesta: le foto vennero “perse”, e la negligenza del magistrato venne motivata con l’affermazione che “le immagini non erano di alcuna utilità per lo svolgimento delle indagini”.

In realtà, da alcune intercettazioni effettuate dalla polizia durante i giorni del sequestro Moro, emersero dei particolari proprio in riferimento alle foto in questione: alcuni personaggi legati alla ‘ndrangheta, presenti in via Fani poco dopo la strage, si riconobbero nelle immagini, facendo coerenti pressioni per farle sparire. Cosa che puntualmente avvenne.

Ma l’episodio più interessante, che induce a credere che Moro potesse essere salvato, è certamente quello legato alla famosa via Gradoli.

La storia del covo di via Gradoli 96 è ricco di elementi che fanno pensare ad una quantomeno sospetta “leggerezza” del capo Mario Moretti nello scegliere la più importante base brigatista a Roma.

Si è sempre sostenuto che in via Gradoli le Br avessero collocato il proprio “quartier generale” nella capitale, già dal 1975. In questo covo abitarono prima la coppia Morucci-Faranda poi quella Moretti-Balzerani, successivamente ad un furto subito dalla prima.

Via Gradoli è stretta e presenta una sola uscita, facilmente controllabile; già questo elemento appare in evidente contraddizione con le normali regole brigatiste seguite per la scelta dei “covi”. Ma l’aspetto più sconcertante è che via Gradoli fosse allora piena di spioni al soldo dei servizi segreti, piena di latitanti, alcuni dei quali, legati agli ambienti dell’estrema destra romana e a quella che poi sarebbe stata definita “Banda della Magliana”. C’erano anche appartenenti alle forze dell’ordine, che in via Gradoli avevano la loro abitazione. E tra costoro un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, compaesano di Mario Moretti. Di più: buona parte degli appartamenti dello stabile in cui le BR avevano scelto il loro covo era di proprietà di una società immobiliare legata ai servizi segreti. E praticamente di fronte all’appartamento di Moretti viveva una studentessa di origine egiziana che poi risultò essere una informatrice dei servizi e della polizia.

Il 18 marzo 1978, solo due giorni dopo la strage, vennero ordinate delle perquisizioni proprio in via Gradoli 96: pare che i poliziotti avessero avuto l’ordine in caso di assenza dell’inquilino o comunque di non apertura della porta di buttare giù l’uscio o, almeno, attendere il ritorno del proprietario. Quando i poliziotti bussarono alla porta del covo brigatista nessuno rispose. La procedura prevista non venne attuata e i poliziotti, rassicurati dalle dichiarazioni dei vicini che definivano l’ingegner Borghi (cioè Mario Moretti) una persona irreprensibile, pensarono bene di girare i tacchi ed andarsene.

Nonostante le indagini in corso e le mosse della polizia Moretti decide di continuare a frequentare il covo di via Gradoli come se nulla fosse successo.

Nel mentre, il nome Gradoli ritorna nei giorni successivi. Questa volta grazie alla cosiddetta seduta spiritica, svoltasi nei pressi di Bologna, alla quale avrebbero partecipato alcuni intellettuali di area democristiana. Secondo l’incredibile spiegazione fornita dai protagonisti, durante una sorta di “gioco” con un piattino, sarebbero stati interrogati gli spiriti, di Giorgio La Pira e di don Sturzo, su dove potesse essere la prigione di Moro. Il responso del “piattino” non fu univoco, dato che due informazioni – a posteriori – si rivelarono fuorvianti (Bolsena e Viterbo) ed una giusta (Gradoli).

I partecipanti a questa seduta spiritica girarono, con molta calma, l’informazione ricevuta agli organi inquirenti i quali organizzarono un’enorme battuta nei pressi della cittadina di Gradoli, nel Lazio (anche se alcuni sono pronti a sostenere che la polizia non sia mai giunta sul luogo). Alla signora Moro venne detto che via Gradoli, a Roma, non esisteva, nonostante il blitz della polizia tenutosi pochi giorni prima (il 18 marzo).

Un secondo avviso ai brigatisti, dunque.

Il terzo fatto importante, sempre su via Gradoli, si verificò il 18 aprile del 1978, un mese dopo la strage di via Fani.

L’inquilina del piano di sotto, rispetto all’appartamento occupato dai brigatisti, viene svegliata da passi veloci collocabili temporalmente intorno alle 7,30 del mattino. La stessa inquilina nota, poco dopo, sulla sua parete, una infiltrazione d’acqua che si allarga rapidamente. Avvisa l’ex amministratore di condominio che, a sua volta, chiama l’idraulico di fiducia dello stabile. Costui non può far nulla perché nessuno, all’interno dell’appartamento dal quale proviene “la perdita”, apre. Vengono dunque chiamati i pompieri che riescono ad introdursi nell’alloggio, non sfondando la porta bensì dall’esterno, attraverso una scaletta che poggia sul terrazzino dell’inquilina del piano di sotto. I pompieri, una volta penetrati nel locale, notano il “telefono” della doccia collocato in una strana maniera, diretto appunto, grazie all’aiuto di una scopa, verso uno squarcio tra le mattonelle nel quale l’acqua, a getto pieno, può penetrare agevolmente, generando l’infiltrazione. I pompieri, nel successivo sopralluogo, notano una serie di elementi che fanno ritenere, senza ombra di dubbio, l’appartamento un covo BR. Ed è a questo punto che decidono di chiamare le forze dell’ordine le quali, a sirene spiegate, si recano in via Gradoli. L’ultimo ad essere informato è il magistrato inquirente, e gli stessi brigatisti vengono a sapere della “scoperta” dalla televisione. Una modalità di gestione delle indagini del tutto diversa, come si può notare, da quelle poste in essere, in casi analoghi, dal generale Dalla Chiesa e dal suo nucleo antiterrosimo (allora recentemente sciolto e poi ricostituito dopo l’omicidio di Moro).

Infine c’è un quarto segnale che viene recapitato ai brigatisti attraverso il falso comunicato numero 7 redatto da Tony Chichiarelli, personaggio legato ai servizi segreti ed alla banda della Magliana.

In questo comunicato, inizialmente considerato “vero” dal Viminale nonostante le evidenti dissonanze rispetto ai precedenti autentici delle Brigate rosse, si annunciava la morte di Moro per “suicidio” e la collocazione del suo corpo nel fondo limaccioso del Lago della Duchessa. Venne quindi organizzata una grottesca parata di forze di polizia ed esercito, con tanto di elicotteri e diretta televisiva, per “cercare” il corpo di Moro. Il lago, nel mese di Aprile, era ancora ghiacciato e venne usato dell’esplosivo per rompere appunto lo spesso strato di ghiaccio ed introdurre i sommozzatori, tra l’altro in difficoltà per le cattive condizioni atmosferiche.

Naturalmente di Moro non si trovò nemmeno l’ombra ma l’episodio del falso comunicato appare come una sollecitazione, inviata ai brigatisti, di fare presto, di sbarazzarsi dell’ostaggio e concludere così, nel più breve tempo possibile, la “battaglia iniziata il 16 marzo” con l’annientamento della scorta in via Fani.

Il falso comunicato, infatti, viene diffuso proprio il 18 aprile, lo stesso giorno in cui avviene la “scoperta” del covo di via Gradoli. E il luogo citato, forse non a caso, è quello del Lago della Duchessa nel quale, secondo alcune informazioni confidenziali, vi sarebbe stato un “ponte radio” a disposizione delle BR.

Come si sa l’epilogo del sequestro fu l’uccisione di Moro nonostante la contrarietà di Morucci e Faranda che poi, a operazione conclusa, lasceranno le BR. Lo stesso Moro aveva perfettamente compreso che con il falso comunicato numero 7 si era posta in essere la macabra rappresentazione della sua morte, le prove generali per la sua eliminazione.

Ma in tutta questa complicata vicenda si può certamente dire come via Gradoli sia stata la più clamorosa opportunità per liberare il presidente della Dc. Sarebbe stato sufficiente, infatti, porre in essere le normali modalità di indagine volte non certo ad arrestare gli inquilini Moretti-Balzerani ma a pedinare entrambi, e soprattutto il leader brigatista, per giungere nel luogo in cui Moro era tenuto prigioniero. Se è vero, come è vero, che gli interrogatori sono stati compiuti da Moretti, magari con domande elaborate altrove. Insomma, bastava seguire Moretti per giungere a Moro e per “agganciare” Moretti tenere d’occhio il covo di via Gradoli sul quale gli organi informativi avevano ricevuto una “soffiata” già a partire dai giorni immediatamente successivi alla strage di via Fani.